Esiste un libro magico in cui prosa e poesia, profezia e storia, preghiera e disperazione coesistono pur senza confondersi. Un libro in cui il repentino oscillare tra queste diverse condizioni può avvenire nello spazio di qualche verso. Un’oscillazione che rappresenta metaforicamente il rifrangersi sulla battigia dell’umano del mare della nostra periclitante condizione.
Un libro che non è un libro, perché è composto, a sua volta, di tanti libri: racconti stratificati nella storia, narrati e poi fissati in idiomi diversi, un libro che è, seguendo l’etimo greco del suo stesso nome, il libro. Non nel senso che sia l’unico libro, ma perché dischiude l’accesso alla dimensione artistica, poetica, narrativa, che si ostina a resistere a tutte le rivoluzioni, ma che nulla può contro quella dell’oblio.
Resiste alle rivoluzioni questo libro di libri, perché intimamente è rivoluzione esso stesso: la rivoluzione di un Dio che predilige ciò che nel mondo è povero e scartato, un Dio che continua a scegliere il popolo non per i suoi meriti, ma nonostante i suoi tradimenti. Un Dio che pare giocare con l’umano, destinando, anche per missioni impossibili, sempre colui che gli uomini – soprattutto se potenti – giudicavano inetto, si pensi alla vicenda di Davide.
Leggere il libro chiamato Sacra Scrittura, significa in certo modo specchiarsi: rivedendosi nel desiderio poeticamente evocato nel cantico dei cantici, nella profezia del vecchio Simeone, nelle scarne parole della Vergine o nei sette termini proferiti da Gesù lungo la dolorosa, ma anche gloriosa, via della croce. L’umano deborda nei suoi sentimenti ambivalenti: amore ed odio, fedeltà e tradimento, coraggio e viltà sono descritti, senza troppi orpelli e ci parlano di ciò che siamo.
Un libro minacciato, come non pochi altri, dalla rivoluzione dell’oblio. Ma tale rivoluzione, non può, non deve, vincere, perché ove questo libro fosse abbandonato in biblioteca, non solo molta della nostra arte, ma la stessa psicologia ci risulterebbero oscure. Forse solo i poemi omerici ed alcuni testi di Platone hanno avuto un influenza paragonabile a quella biblica: eppure una certa diffidenza ha da sempre avvolto queste Sacre Pagine.
A ben guardare si è trattato dello stratificarsi di più diffidenze. L’una di matrice razionalistica per ogni verità assoluta e rivelata, salvo poi credere, non meno dogmaticamente ma forse solo più inconsapevolmente, ad altre “bibbie umane”; l’altra cattolica, nel lungo arco di secoli che dal concilio tridentino giunge fino al Vaticano II, quasi che la lettura della sacra scrittura implicasse una “protestantizzazione”.
Di fatto la concordia discorde di queste due diffidenze, ha causato una abissale ignoranza biblica che, in certi settori, non solo laici, non è addirittura percepita come tale. Ma questo libro ha molto da dire e da dare, a patto che lo si legga non fondamentalisticamente: quella stessa semplicità apparente di non pochi racconti neotestamentari, lascia baluginare una bellezza pura, non imbrigliata nel sommo principio logico di non contraddizione. Una bellezza semitica, di cui nel tempo del primato del razionale dominato dal calcolo, si è perduta persino la consapevolezza di avere bisogno.
Di’ cosa ne pensi