Caro Mar Mediterraneo,
se tu fossi solo uno spettatore che ha visto il sorgere ed il declinare di popoli e dominazioni, non varrebbe la pena indirizzarti questa missiva. Tu fosti per millenni il protagonista incontrastato della storia e lo sei ancora, anche dopo il 1492 – quando un gigante oceanico ha gradualmente soppiantato la tua egemonia commerciale.
Un protagonista attivo, non solo e non tanto per scambi pur rilevanti di merci, ma per le relazioni che i popoli hanno costruito per tuo tramite. Conoscere diverse abitudini alimentari, vari modi di pregare, istituzioni politiche non coincidenti con le proprie, ci aiuta a non assolutizzare queste usanze, non però per farci sprofondare in un amorfo relativismo, ma solo per suggerirci che nulla di storico può rispondere al nostro bisogno di felicità. Tu in questa prospettiva non rappresenti solo una via da percorrere, un tramite che mette in comunicazione mondi e culture, tu simboleggi la possibilità stessa di intraprendere queste affascinanti scoperte.
Avventure diverse, ma, in certo modo, simili: esplorare i luoghi da te irrorati, ma anche inerpicarsi sulle tortuose vie dell’intelletto, donando per sempre al mondo acquisizioni teoriche capaci di mutarlo irrevocabilmente. Proprio da queste ultime vorrei iniziare la mia riflessione, perché oggi, paradossalmente, risultano più ignote e meno battute. Platone ed Agostino pensano a te quando elaborano varie metafore legate al mondo della navigazione.
Ancor più radicalmente: questi due filosofi vivono di ed in te. Più volte ti solcano nei loro viaggi ed, ellenico l’uno, berbero l’altro, costruiscono quell’identità non polarizzata e non polarizzante che oggi, distratti navigatori a motore, rischiano di dimenticare. Il vento e la forza delle braccia per Platone, l’umiltà di restare avvinti alla salvifica Croce di Cristo per Agostino, sono gli altri tasselli di questo mosaico metaforico che i tuoi flutti hanno visto sorgere. E se la prima navigazione platonica era affidata alla forza del vento e simboleggiava la filosofia naturalistica, è con la seconda che, ponendo mano ai remi, l’uomo scopre il sovrasensibile. Un sovrasensibile che diverrà il legno agostiniano di quella nave che è la Croce. Grazie, nostro Pelago, per tutte queste scoperte: grazie per aver unito, senza confonderli, i popoli, speriamo che l’egoismo odierno non li divida, speriamo che dai tuoi flutti, sgorghi ancora civiltà.
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