Scoprite (o ri-scoprite) la Lettera “A Diogneto”

In quello che uno storico olandese ha chiamato “l’autunno del Medioevo” anche il mercato del pesce di Costantinopoli brulicava di vita: vocalizzi, odori, frenetiche contrattazioni, come in ogni bazar che si rispetti. Vi si aggirava anche un distratto umanista forse non molto abile nel discernere la freschezza dei prodotti ittici, ma attratto piuttosto dalla carta, diversamente intesa tanto da lui quanto da chi vendeva come strumento di lavoro. Ed è proprio grazie alla curiosità di questo amante della cultura classica che noi possiamo leggere la Lettera a Diogneto, uno degli scritti più straordinari dell’epoca sub apostolica, quando a tramontare erano le prime generazioni di Discepoli di Cristo, mentre gli apologeti stentavano ancora a sorgere.

«Vorrei quella carta», disse l’intellettuale ad un mercante, costretto a vendere ciò che avrebbe usato per avvolgere il pesce. Quei “fogli” erano, a loro volta, merce preziosa che l’umanista pagò a caro prezzo, ma noi ancora oggi gliene siamo grati. Così se Costantinopoli rappresentava un ponte tra la prima e la seconda Roma, il nostro scritto collega la generazione apostolica alla Chiesa che sarebbe sorta, soprattutto in area ellenica, in un rapporto, fecondo perché dialettico, con la filosofia migliore.

Apprendiamo tramite questo straordinario testimone come nei primi due secoli della loro storia i Cristiani, simili all’anima, abbiano vivificato un mondo che li odiava, senza neppure sapere il perché. In un greco colto e raffinato, l’anonimo autore dell’Epistola a Diogneto, ci conduce in un’atmosfera solo apparentemente remota e lontana, in cui si detesta ciò che non si conosce senza volerlo neppure ascoltare.

E proprio il dittico ascolto-parola compare in esergo dell’epistola che sgorga dalle domande del ottimo Diogneto: un pagano, avvicinatosi alla nuova fede, senza però rinunciare a godere del ben dell’intelletto. Si chiede così per quali ragioni, ammesso che questa nuova religione sia vera, abbia fatto la sua comparsa tanto tardi ed in cosa essa travalichi da un lato il politeismo speculativo dei Greci e dall’altro il ritualismo giudaico. L’acuto osservatore nota anche lo straordinario modo di vivere dei Cristiani, in tutto coinvolti come se fossero solo cittadini; da tutto separati, come se fossero solo stranieri, pur senza differire sostanzialmente dagli altri uomini per aspetti esteriori come il vestire o il rifiuto di alcuni cibi. Ogni terra straniera è loro patria, e ogni patria è terra straniera, perché i discepoli di Cristo, vivendo nel mondo, hanno la loro cittadinanza in cielo: circostanza questa che, al pari di altre, suscita la curiosa attenzione del pagano.

Una curiosità cui l’anonimo autore risponde idealmente:

Chiedo a Dio che ci fa parlare ed ascoltare che sia concesso a me di parlarti, perché tu ascoltando divenga migliore, e a te di ascoltare, perché chi ti parla non abbia a pentirsi.

La parola non è qui ostentazione di sapere, l’ascolto non appare passivamente recettivo perché entrambi sono vivificati dal Verbo, Parola divina che, però, si avvale del nostro povero annuncio. Un annuncio che, in una sorta di climax ascende dall’idolatria al monoteismo giudaico che, pur se ancora pregno di materialismo e di superstizione, è già misteriosamente presago del kèrygma, dispiegato nel paradossale mistero cristiano.

Su uno sfondo chiaramente neoplatonico, l’idolatria appare come culto offerto alla materia: statue di bronzo, effigi di legno già marcio, sono inidonee a parlare degli dei proprio perché forgiate da artigiani che – qui lo sfondo diviene aristotelico – potrebbero nuovamente trasformare i simulacri delle divinità in vili utensili. Il Dio, uno e unico che ha creato il cielo e la terra non può essere qui: va cercato altrove, in quel solo, piccolo popolo che lo ha annunciato alla storia come forza trascendente, energia viva e vivificante, radicalmente distinta dal paganesimo naturale.

Eppure anche gli Ebrei, che con ragione affermano l’unicità del Tetragramma, appaiono ancora dialetticamente prigionieri proprio di quella stessa materia che avvinceva il mondo greco. Anche con loro, quindi, la polemica è serrata, pur se muove dal comune riconoscimento della gloria del Padre, attitudine questa contro cui, però, collidono alcune pratiche tipiche del ritualismo giudaizzante. Tra queste spiccano la circoncisione; il rifiuto di alcuni cibi che, argomenta l’anonimo, si rivolge contro Dio stesso, loro creatore; l’offerta di sacrifici animali, come se l’altissimo mancasse di qualcosa, quando è stato lui a creare lo stesso capo che i Giudei sacrificano.

«Uccisi riprendono a vivere, poveri arricchiscono molti, rispettosi delle leggi, con la loro mirabile forma di vita le superano»: in breve i cristiani sono per il mondo ciò che l’anima è per il corpo. La psiche è nel corpo ma non è del corpo; così i Cristiani sono nel mondo, ma non vivono secondo il mondo, perché il loro insegnamento non proviene da dottrine umane ma dal Dio fatto Uomo. Un insegnamento che anche nell’Europa secolarizzata in cui ogni conoscenza è ridotta a sensazione, forse, se conosciuto, potrebbe ancora arricchirla.

Informazioni su Alessio Conti 14 articoli
Nato a Frascati nel 1974, Alessio Conti è attualmente docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico statale Bruno Touschek di Grottaferrata. Dottore di ricerca in discipline storico filosofiche, ha pubblicato con l'editrice Taυ due libri (Fiat lux. Piccolo trattato di teologia della luce [2019], e Storia della mia vista [2020]). Già docente di religione cattolica per la Diocesi di Roma, è attivo nel mondo ecclesiale all'interno dell'Azione Cattolica Italiana di cui è responsabile parrocchiale del gruppo adulti. Persona non vedente dalla nascita, vive la sua condizione filtrandola grazie a due lenti, quella dello studio, e quella di un'ironia garbata e mordace, che lo porta a vivere, e a far vivere, eventi e situazioni in modo originale.

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