Una teologia materna fatta “in punta di piedi”

Anna, Filippo e Stefano (courtesy of). Andalo, estate 2009.

Inizialmente si auspicava che potesse essere pubblicato nel mese di ottobre, data la struttura fortemente mariologica e cristocentrica, invece tra una cosa e l’altra solo oggi – quasi a metà del mese di novembre e a dieci giorni dall’anniversario della morte del piccolo Filippo – è uscito per i tipi di Ταυ il secondo libro di Anna Mazzitelli. “Sulle punte dei piedi”, s’intitola, a partire da una delle tante abitudini singolari che Filippo Bataloni ebbe (aveva da sempre amato camminare senza poggiare i talloni): 

Nel linguaggio comune “camminare in punta di piedi” significa cercare di dar poco disturbo, di far poco rumore, di passare, sì, ma restando inosservati, senza scalpore, senza invadenza. 

Non era certo questo lo scopo di Filippo, non siamo mai riusciti a capire perché avesse quel vizio: era ingombrante e rumoroso, era un bambino che riempiva tutta la stanza, che pretendeva attenzioni e compagnia. Eppure il suo passo era lieve, come se sapesse di essere solo di passaggio, su questa terra. 

Anna Mazzitelli, Sulle punte dei piedi, Ταυ 2020, p. 16

Il Rosario come Indice 

Dicevo di “struttura mariologica e cristocentrica” e dell’iniziale progetto di pubblicare in ottobre perché la griglia di disposizione della materia è costituita dai venti misteri del Rosario. Nientemeno. 

Il baricentro dell’Ave Maria, quasi cerniera tra la prima e la seconda parte, è il nome di Gesù. Talvolta, nella recitazione frettolosa, questo baricentro sfugge, e con esso anche l’aggancio al mistero di Cristo che si sta contemplando. Ma è proprio dall’accento che si dà al nome di Gesù e al suo mistero che si contraddistingue una significativa e fruttuosa recita del Rosario. Già Paolo VI ricordò, nell’Esortazione apostolica Marialis cultus, l’uso praticato in alcune regioni di dar rilievo al nome di Cristo, aggiungendovi una clausola evocatrice del mistero che si sta meditando (37) È un uso lodevole, specie nella recita pubblica. Esso esprime con forza la fede cristologica, applicata ai diversi momenti della vita del Redentore. È professione di fede e, al tempo stesso, aiuto a tener desta la meditazione, consentendo di vivere la funzione assimilante, insita nella ripetizione dell’Ave Maria, rispetto al mistero di Cristo. Ripetere il nome di Gesù – l’unico nome nel quale ci è dato di sperare salvezza (cfr At 4, 12) – intrecciato con quello della Madre Santissima, e quasi lasciando che sia Lei stessa a suggerirlo a noi, costituisce un cammino di assimilazione, che mira a farci entrare sempre più profondamente nella vita di Cristo.

Cosí scriveva Giovanni Paolo II, nella Rosarium Virginis Mariæ, richiamando il magistero della Marialis cultus di Paolo VI e implementando la prassi dei cristiani con l’aggiunta dei misteri luminosi:

Ritengo tuttavia che, per potenziare lo spessore cristologico del Rosario, sia opportuna un’integrazione che, pur lasciata alla libera valorizzazione dei singoli e delle comunità, gli consenta di abbracciare anche i misteri della vita pubblica di Cristo tra il Battesimo e la Passione. È infatti nell’arco di questi misteri che contempliamo aspetti importanti della persona di Cristo quale rivelatore definitivo di Dio. Egli è Colui che, dichiarato Figlio diletto del Padre nel Battesimo al Giordano, annuncia la venuta del Regno, la testimonia con le opere, ne proclama le esigenze. È negli anni della vita pubblica che il mistero di Cristo si mostra a titolo speciale quale mistero di luce: « Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo » (Gv 9, 5).

«Quali miracoli piovono?» 

«Se il tema è “il Rosario per parlare di un bambino morto” – potrebbe allora dire qualcuno – è quasi provvidenziale lo slittamento da ottobre a novembre». E se qualcuno volesse potrebbe effettivamente dire una cosa cosí, ma il fatto è che non si vede perché scrivere un libro del genere. Non lo vedeva per prima l’autrice stessa, Anna, la quale cosí resisteva all’amica che insisteva perché questo libro vedesse la luce

“Già pensavo che nessuno avrebbe avuto piacere di leggere la storia di un bambino che si ammala e poi muore. Mi sbagliavo, avevate ragione voi, l’hanno letto. Ma ora mi volete convincere che a qualcuno interessi cosa ne è di una madre e della sua vita dopo la morte del figlio? È una cosa assolutamente senza senso, non interessa niente a nessuno!” dico io, forse usando un linguaggio leggermente più colorito di così.

“Ti sbagli,” fa Valeria, “è proprio questo che interessa alle persone. Come si sopravvive, come ha fatto qualcuno che ce l’ha fatta”…

“Che apparentemente ce l’ha fatta…” mi difendo io, “Io sto male come tutte le mamme che hanno perso un figlio, perché dovrei scrivere qualcosa, non ho mica una ricetta segreta che faccia stare bene, che lenisca il dolore, che faccia essere felici, dopo”.

“Nessuno si aspetta una ricetta che curi la ferita, è ovvio che la ferita non si cura, che la ferita continua a sanguinare per tutta la vita. È anche vero che tu, nel tuo blog (che poi si intitola Piovono miracoli, non ti sembra di dover raccontare quali miracoli piovono?), parli di una consolazione che ricevi e che ti sostiene, che non ti fa essere disperata, che sostiene il tuo cammino e che, malgrado il dolore, ti avvicina a Dio invece che allontanartene. Non è per tutti così, lo sai. Il dolore è la prova più dura, è quello che fa da spartiacque tra una fede ricevuta, tramandata per abitudine, e una fede provata col fuoco, che resiste. Questo le persone vogliono leggere. Vogliono sapere, hanno bisogno di sapere che è possibile continuare a fidarsi, continuare a sentirsi amati, nonostante il dolore che portano con sé ogni giorno. Vogliono credere che possa succedere anche a loro, e l’unico modo per crederlo prima di averlo sperimentato, è sapere che a qualcuno è successo”.

E qui sta quel che secondo me è un po’ il valore specifico del libro di Anna (che ovviamente nessuno dovrebbe leggere mentre sta in mezzo ad altre persone) e di questa particolare letteratura in bilico tra lo “spiritual-lifestyle” e il “testimonial”: va bene rimandare al contenuto cristologico e cristocentrico del Rosario, è stato anche molto opportuno aggiungere i Misteri della Luce… ma cosa c’entra Filippo? Che c’entrano Anna, Stefano e gli altri fratellini? In realtà il Rosario serve ancora a poco, se insieme con Cristo non ci rivela anche noi stessi: ecco, quel che invece Anna ci propone è un midrash cristologico della propria vita, e questo risponde anche alla domanda che ella stessa (si/ci) poneva – che c’importa di questa storia? C’importa perché parla di Cristo, e dunque nessuno di noi può considerarvisi estraneo. 

Kevin, cristiano di nascita, ascolta Sloane, sceneggiatrice ebrea, raccontare dei Maccabei e istintivamente capisce il senso di quel “memoriale”: «Facciamolo anche noi per le nostre vite», dice, e si avvia a sciogliere i conflitti latenti tra i commensali

Della nascita di Cristo e della fidanzata di Filippo 

La meditazione sul terzo mistero gaudioso – la nascita di Gesú – porta Anna a rispondere a una domanda che la stessa si rammarica non le venga piú rivolta cosí frequentemente: «Com’era Filippo?». E veniamo a sapere dettagli curiosi, piccole fissazioni che significano tutto per un genitore e che all’improvviso anche per il lettore non suonano casuali – un amore infantile prende l’allure di una consacrazione perpetua: 

Emma è stata la “fidanzata” di Filippo. Si sono conosciuti quando lei aveva quasi due anni e mezzo e lui ne aveva quasi tre. Sono stati fidanzati per cinque anni. Quando sei un bambino, cinque anni sono tutta la vita. Emma è una bambina speciale, nel senso che anche lei ha avuto la leucemia, anche lei è stata sottoposta al trapianto di | midollo osseo, anche lei ha conosciuto l’ospedale, la fatica, il dolore, la paura, la stanchezza e l’esasperazione. Emma sta bene, adesso. 

Lei e Filippo erano uniti da un legame che andava oltre la frequentazione assidua, oltre il condividere interessi comuni, oltre il frequentare i gonfiabili insieme o partecipare alle stesse feste. Emma e Filippo hanno condiviso quello che tante coppie di adulti non condividono mai, sono stati forza e debolezza l’uno per l’altra, si davano sicurezza e dividevano le paure e i successi, conoscevano le cadute e si aiutavano a rimettersi in piedi. Nei progetti per il futuro dell’uno c’era sempre un posto per l’altro. […] Le ultime parole sensate della vita di Filippo sono state per Emma. Il 18 novembre era il suo compleanno, e Filippo era già nel pieno della sua agonia. Non parlava più e non si alzava più dal letto. Nel pomeriggio volevo cercare di scuoterlo un po’, così gli ho proposto di mandare un messaggio vocale a Emma per farle gli auguri. Si è messo a sedere sul letto e abbiamo registrato questo messaggio, nel quale le faceva gli auguri e le diceva che le voleva bene. Dopo di questo non ha più formulato frasi di senso compiuto. Nessuna delle preghiere che ho affidato a Filippo comprende Emma, perché sono certa che lui abbia sempre pregato per lei e continui a farlo, senza bisogno che qualcuno glielo ricordi. 

Ivi, pp. 52-53 

«I saw the Glory in his eye»1Cf. Leonard Cohen, Joan of Arc. 

Uno se lo immagina, che nel secondo mistero della gloria – l’Ascensione di Cristo – Anna finisca a parlarci degli ultimi istanti della vita terrena di Filippo, ma forse non cosí, per bocca di Daniela, l’infermiera che l’ha accompagnato con serietà e professionalità negli ultimi mesi di malattia: 

Daniela mi ha detto che sono ormai molti anni che lavora con malati terminali, che li segue fino alla fine sia in ospedale sia a casa, e che ha partecipato a innumerevoli esperienze di morte. Mi ha raccontato che per tutti coloro che ha assistito, adulti, giovani, vecchi o bambini, per tutti quanti lei ha visto avvenire la stessa cosa: negli ultimi istanti di vita c’è sempre stato un momento di rasserenamento che ha preceduto la morte. Lei dice di essere certa che questa serenità sia dovuta all’aver visto qualcosa di rassicurante. Daniela mi ha detto di aver visto Filippo tranquillizzarsi, esattamente come tutte le altre persone che ha avuto modo di assistere finora, prima che lei facesse qualsiasi cosa. 

Ha anche aggiunto che, talvolta, alcune di queste persone sono riuscite a raccontarle questa esperienza, o le hanno riferito di aver visto parenti già morti; altri invece fissavano intensamente un punto della stanza dove in realtà non c’era nulla. 

Ciascuno lo ha percepito, raccontato o vissuto in modo diverso ma Daniela è certa che, negli attimi che precedono la morte, le persone vedano l’Aldilà. | 

Ed è sicura che quello che vedono sia una cosa bella, perché dopo questo momento, in qualunque modo succeda, tutti si rilassano, si calmano, non hanno più paura, sono sereni, quasi attirati da quello che hanno visto, e solo dopo averlo visto smettono di lottare, si lasciano andare. 

Ivi, 183-184

Una teologia che si affetta come il pane 

Sono pagine bellissime, che fanno riflettere e piangere, ma scaldando il cuore e non atterrendolo, invitandolo a guardare la propria vita e ogni altra vita con l’ouverture d’esprit di chi davvero si dispone a «cercare e trovare Dio in tutte le cose» (motto che Ignazio diede alla sua Compagnia). 

Se però dicessi “solo” queste meraviglie, mi sembrerebbe ancora di non rendere giustizia al libro di Anna e allo strano genere letterario in cui s’iscrive – direi che, con le debite proporzioni, il genere sia prossimo a quello delle Confessioni agostiniane. Agostino però era un giovane vescovo e un promettente dottore ecclesiastico, quando scrisse le sue Confessioni; Anna invece è una madre di famiglia e un’insegnante di matematica. Ecco una cosa che mi commuove intimamente e che mi avverte dell’indistruttibile verità del cristianesimo: il cuore di Anna avverte le medesime esigenze di quello di Agostino e la fede cattolica che anima entrambi ha suggerito a lei, mutatis mutandis, risposte analoghe a quelle che ispirò al Doctor Gratiæ.

La locandina del libro

[…] Una mia amica mi ha detto che la fede è un dono, non la si merita, la si riceve, non si trova cercandola, e chi non ce l’ha può contare solo sulle proprie forze. 

Non credo sia proprio così. O meglio, mi sento davvero fortunata, naturalmente, perché non ho mai sentito la necessità di andare alla ricerca di evidenze su cui basare la | mia fede. Non ho mai avuto bisogno di prove dell’esistenza di Dio, mi è sempre bastato guardare un paesaggio di montagna, l’acqua che scorre in un ruscello, un bambino che si bagna le mani a una fontanella per riconoscere i segni di Dio. 

Ma il Dio in cui credo non può essere tanto ingiusto da aver dato a me questa capacità di riconoscerlo e aver contemporaneamente negato ad altri la stessa possibilità. 

Non ha forse regalato a tutti, nel momento del Battesimo, occhi per riuscire a riconoscerlo nella propria vita, e la capacità di decidere se fidarsi di Lui o no? Non è forse questo il dono della grazia battesimale, che ci permette di aprirci allo Spirito Santo e di conoscere intimamente Dio, come frutto della recita del primo mistero della luce? […] | […] 

Se la fede è un dono, penso che l’adesione a tale dono, la decisione di accoglierlo e vivere alla sua luce sia una scelta consapevole, sia un atto volontario che Dio ci chiede in risposta al fatto che ci ha salvato, non un privilegio riservato a pochi, non una caratteristica dei santi tipo Padre Pio o Giovanni Paolo II. 

Si crede perché si decide di farlo, non perché si è assistito all’apparizione o perché in casa si ha una statua della Madonna che piange sangue, o perché si è visto succedere un miracolo. […] | […] 

Credete perché siete già salvi. 

Fatelo, questo passo verso di me – dice Gesù – che sono morto in croce per voi. Anche se non lo fate, io già sono morto per voi. Se lo fate (e lo dovete fare liberamente) riuscirete a giocare la migliore partita possibile con le carte che avete pescato dal mazzo. […] 

Quindi a chi dice “Per fortuna che avete la fede, la fede vi aiuta”, rispondo: non per fortuna, ma per scelta. 

La stessa scelta di Maria di dire sì, sempre, ogni volta, nella sua casa, all’angelo, nel tempio, di fronte a Simeone […]. Dire sì senza sapere bene dove quel sì ti porterà, ma consapevole che il Padre non ti lascerà sola, e ti darà gli strumenti necessari per sostenere, per sopportare, per sorridere e per ringraziare, malgrado tutto.

Ivi, 81-83 passim

A me capita – per passione e per lavoro – di studiare le evoluzioni che la dottrina della grazia ha avuto in venti secoli di cristianesimo, e quindi debbo farmi avvezzo alle metamorfosi che le due aberrazioni estreme – il predestinazionismo e il pelagianismo – hanno veduto e implicato: in certe delicate fasi storiche esse sono arrivate a tanto raffinato punto di astrazione e concettualizzazione che si fa una grande fatica a seguirle. Una cosa meravigliosa della teologia, però, è che anche quando essa s’addentra (e talvolta si perde) in sottoboschi o su vette inaccessibili alla sola ragione umana, è sempre a una domanda comunissima che le sue domande tentano di rispondere: “perché il dolore?” “funziona la preghiera?” “come mai non ho la fede?” e mille altre ancora. Il fatto che le risposte di Anna mi rimandino a quelle di Agostino (come di molti altri maestri) mi si impone come fonte di grande meraviglia che tracima in preghiera e in proposito di conversione. 

Una volta un officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede mi disse che durante una riunione del mercoledì (quelle in cui si discutono, tra le altre cose, le “sospette eresie” che vengono segnalate) l’allora cardinal Ratzinger guardò fuori dalla porta, che era aperta per il caldo, e disse agli officiali: «Vedete quella signora che sta pulendo il pavimento in corridoio? Se il nostro lavoro non serve alla sua fede, se non serve la sua fede, è inutile e anzi dannoso». 

Sapete un’altra cosa – un’ultima – ancora più strepitosa di queste? Che se Anna, Ratzinger, Agostino e io – quattro esistenze incomparabili da mille punti di vista! – concordiamo nella sostanza del nostro modo di vedere il mondo il merito non è di nessuno fra noi. Ed è così liberatorio che ci ritroviamo liberi di dedicarci a Tanta Bellezza.

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Note

Cf. Leonard Cohen, Joan of Arc.

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