Chiesa, non facciamoci scippare il dibattito (rigoroso e franco)

«Ayer me dio mucha pena escuchar aquí dentro un comentario burlón sobre ese señor piadoso que llevó las ofrendas con plumas en la cabeza, decime: ¿Qué diferencia hay entre llevar plumas en la cabeza y el “tricornio” que usan algunos oficiales de nuestros dicasterios?» (7 ottobre 2019).

«Tu saresti un modernista?!», mi diceva sghignazzando un mio ex docente di cristologia, il quale mi aveva chiamato al telefono per parlarmi di cose serie e incidentalmente ha commentato lo scritto contro di me comparso due giorni fa su un blog di sedicenti estimatori della lingua latina1Poi scrivono “inter alia” invece di “inter alios”, ma tanto i loro lettori non ne sanno piú di loro, quanto a latino. «Ma è come se dicessero a me – proseguiva il monsignore in questione – che strapazzo il dogma calcedonese!» (e il professore è un buon difisita assai devoto a san Leone Magno).

Inter alia” riferito a persone… Bene faceva mons. Sanna a sottoporre personalmente a esame di latino quanti nella sua diocesi invocavano il Summorum Pontificum (et illic, pariter, inventi sunt plurimi ad utendum latinum sermonem imbecilles)…

Transeat il crucifige al mio indirizzo, ma mi rattristo per lo stile da teppisti malamente laccato di ossequio e devozione col quale tale “Luigi” aizza il suo pubblico contro la Radio e contro il suo Direttore (addirittura insinuando il riferimento a un riscontro pecuniario in cambio della mia testa – dove ho già letto simili cose?).

Per la mia testa non vorrei darmi piú grattacapi di quanti se ne diede il mio santo patrono: «Illum oportet crescere, me autem minui»2Metto qualche parola in latino in piú visto che mi so esaminato da raffinati classicisti! – in tal senso accada quel che deve («Io canto quando posso come posso»). Mi rincresce invece che dal vaniloquio dei suddetti parabolani si evinca perfino che la mancanza di rispetto nei confronti degli ospiti della Tavola Rotonda di domenica sera sia arrivata al punto da misconoscere l’identità di mons. Ambrogio Spreafico, Vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino (scambiato con mons. Ciocca Vasino, nientemeno!).

Sarebbe da capire a questo punto cosa intendano questi tali per “modernismo”, visto che su codesto stesso blog si ospitano non pochi scritti anti-modernisti… [si noti poi quanto a “Luigi” piaccia l’espressione “inter alia” – e quanto lo stesso ne capisca le proprietà sintattiche]

Padre Bossi, desolato per l’accaduto, mi scriveva:

Che tristi questi attacchi. Spero che non causino problemi a lei e al suo lavoro.
Non so cosa dire, secondo me con queste persone è poco utile difendere le nostre posizioni.

E subito, ringraziandolo, gli rispondevo che difendere la giustizia è necessario sempre, molto più di quanto possa essere utile – tanto piú visto che non si tratta di difendere “le nostre posizioni” ma un’informazione corretta e completa (cosa riscontrabile nella Tavola Rotonda di domenica sera, pianificata con cura e per tempo in accordo con la Radio). La Direzione può ben ritenere prudente togliere dal proprio Archivio quella registrazione, ma grazie a un ascoltatore amico che aveva recuperato la trasmissione in differita noi possiamo offrirla qui al vostro giudizio – per dovere d’informazione, per rispetto al collega e agli ospiti intervenuti nonché per dimostrare a chiunque sia in buona fede che Radio Maria non ha dato il proprio avallo ad alcuna “trasmissione modernista”.

Dott. Fabio Colagrande, padre Dario Bossi, mons. Ambrogio Spreafico, “Il Sinodo sull’Amazzonia”

Ciò detto, vorrei tornare un’ultima volta su questa assurda polemica – che però dà bene il segno del degrado a cui certe bande di facinorosi hanno ridotto il dibattito ecclesiale – sottoscrivendo a pars destruens il bel corsivo di Maurizio Crippa pubblicato oggi su Il Foglio3È noto come la testata fondata da Giuliano Ferrara non sprizzi simpatia verso l’attuale pontificato, e ciononostante non ha problemi a conservare il lume della ragione (giacché non è doveroso avere il Papa in simpatia, neppure per i cattolici, poiché neppure il Papa ha tra i doveri del suo ufficio quello di stare simpatico alla gente)., e a pars construens la delicata testimonianza di mons. Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, pubblicata ieri su L’Osservatore Romano.

Pars destruens

Tradizionalisti e Pachamama:
nuovi casi clinici per Freud

La furiosa ossessione per i simboli di gente che si spaccia per autorevole sebbene sia invisibile fuori dal web.

C’è questo sito popolare nel dark web tradizionalista religioso, refugium peccatorum degli assatanati da messa in latino e degli hater di chiunque osi criticare Salvini, lo spergiuro del rosario, che ha diffuso il testo di una protesta internazionale (anzi una condanna, perché costoro condannano) contro “gli atti sacrileghi e superstiziosi commessi da Papa Francesco, il Successore di Pietro, durante il recente Sinodo sull’Amazzonia tenutosi a Roma”. Ciumbia! Sono addirittura cento, si presentano come “chierici, studiosi e intellettuali cattolici”, gente spacciata per autorevole sebbene siano degli invisibili, fuori dal dark web. E fosse tutto qui. Ma gli è che gli incauti diffondono anche il testo della loro condanna, con l’elenco delle imputazioni sacrileghe, e qui vien da ridere: “Ha partecipato a un atto di adorazione idolatrica della dea pagana Pachamama” (è una fake news, lui non adorava). “Ha permesso che questo culto avesse luogo nei Giardini vaticani, profanando così la vicinanza delle tombe dei martiri e della chiesa dell’Apostolo Pietro” (ma profanando che cosa? E’ soltanto un giardino. E questi sarebbero quelli che accusano altri di adorare la foresta amazzonica). Altra colpa, Francesco “si è scusato” dopo che un tradizionalista particolarmente esagitato ha buttato le immagini sacre indie nel Tevere (e questo sì è un atto, se non sacrilego, irrispettoso verso un’altra religione). La loro furiosa ossessione per i simboli dovrebbe interessare Freud, più che i teologi. Per una nuova serie di casi clinici.

Pars construens

È una divinità la Pachamama?

Se la creazione è manifestazione dell’amore di Dio

Grande scalpore hanno suscitato le immagini o figure utilizzate nella cerimonia nei giardini vaticani all’inizio del sinodo panamazzonico e nella processione dalla basilica di San Pietro all’Aula sinodale, alle quali ha partecipato Papa Francesco, e poi in altre chiese di Roma. Alcuni condannano questi atti come se fossero un’idolatria, un’adorazione della “madre terra” e di altre “divinità”. Non c’è stato niente di tutto ciò. Non sono dee; non c’è stato alcun culto idolatrico. Sono simboli di realtà ed esperienze amazzoniche, con motivazioni non solo culturali, ma anche religiose, ma non di adorazione, perché questa si deve solo a Dio. È una grande impudenza condannare il Papa come idolatra, perché non lo è stato né lo sarà mai. Al termine della cerimonia nei giardini vaticani, gli hanno chiesto una parola e lui si è limitato a pregare con il Padrenostro. Non c’è altro Dio all’infuori del nostro Padre celeste.

Anni fa, durante un incontro del Celam che ho coordinato a Cochabamba, in Bolivia, sui diversi nomi di Dio nelle culture originarie del Cono Sud, ho chiesto a un indigeno aymara se, per la sua gente, la pachamama (la madre terra) e l’inti (il padre sole) erano dei e lui mi ha risposto:

Chi non ha ricevuto l’evangelizzazione li considera dei; per noi che siamo stati evangelizzati, non sono dei, ma i doni migliori di Dio.

Risposta stupenda! Questo sono! Sono manifestazioni dell’amore di Dio, non dei.

Nella mia precedente diocesi, quando sentivo parlare con grande affetto e rispetto della “madre terra”, provavo disagio, perché mi dicevo:

Le mie uniche madri sono la mia mamma, la Vergine Maria e la Chiesa.

E quando vedevo che si prostravano per baciare la terra, provavo ancora più disagio. Ma convivendo con gli indigeni ho capito che non l’adorano come una dea, ma la vogliono valorizzare e riconoscere come una vera madre, perché è la terra a darci da mangiare, a darci l’acqua, l’aria e tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere: non la considerano una dea, non la adorano, le esprimono solo il loro rispetto e pregano rendendo grazie a Dio per essa.

Lo stesso mi accadeva quando vedevo che si volgevano verso le quattro direzioni dell’universo, i punti cardinali, facevano loro un inchino, pregavano e si rivolgevano anche al sole con grande rispetto. Prima di conoscerli e di condividere la vita e la fede con loro, ero tentato di giudicarli e condannarli come idolatri; col tempo ho apprezzato il loro rispetto per questi elementi della natura che ci danno vita, e mi sono convinto che non li adorano come dei, ma come opera di Dio, come suo dono all’umanità, e così facendo educano anche i loro figli a non distruggerli, anzi a prendersene cura e a rispettarli. Non sono idolatri. Chi lo sostiene non li conosce e li giudica a distanza, da lontano e da fuori. La terra e il sole sono creature di Dio, e noi adoriamo solo Dio.

Pensare

Dice la Bibbia: «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo» (Genesi 2, 7). Il mercoledì delle ceneri ce lo ricorda: «Ricordati che polvere sei e polvere ritornerai». Questa è la realtà di tutti gli esseri umani.

Nel Documento di Aparecida diamo l’appellativo “madre” alla sorella terra, seguendo l’esempio di san Francesco d’Assisi, che non era idolatra:

Con i popoli originari dell’America, diamo lode al Signore che ha creato l’universo come uno spazio per la vita e la convivenza di tutti i suoi figli e figlie, lasciandoceli come segno della sua bontà e della sua bellezza. Anche la creazione è manifestazione dell’amore provvidente di Dio; ci è stata data affinché ce ne prendiamo cura e la trasformiamo in fonte di vita degna, per tutti. Sebbene oggi si sia diffusa una cultura di maggior rispetto per la natura, percepiamo chiaramente in quanti modi l’uomo, ancora, minaccia e distrugge il suo habitat. “Sora nostra madre terra” (Cantico di frate Sole, v. 9) è la nostra casa comune e il luogo dell’alleanza di Dio con gli esseri umani e con tutta la creazione. Non prendere in considerazione le mutue relazioni e l’equilibrio che Dio stesso ha stabilito tra le cose create, costituisce un’offesa al Creatore, un attentato contro la biodiversità, e, in definitiva, contro la vita. Il discepolo missionario, al quale Dio ha donato la creazione, deve contemplarla, custodirla e utilizzarla, rispettando sempre l’ordine datole dal Creatore.

Documento di Aparecida, 125

E per dissipare ogni dubbio sull’atteggiamento del Papa, basta ricordare ciò che ha scritto nella Laudato si’:

Quando ci si rende conto del riflesso di Dio in tutto ciò che esiste, il cuore sperimenta il desiderio di adorare il Signore per tutte le sue creature e insieme ad esse, come appare nel bellissimo cantico di san Francesco d’Assisi: «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature» (n. 87).

Laudato si’, 87

Le creature di questo mondo non possono essere considerate un bene senza proprietario: “Sono tue, Signore, amante della vita” (Sapienza, 11, 26). Questo induce alla convinzione che, essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile.

Laudato si’, 89

Questo non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliere all’essere umano quel valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità. E nemmeno comporta una divinizzazione della terra, che ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteggere la sua fragilità.

Laudato si’, 90

Agire

Come dice Gesù, non dobbiamo giudicare né condannare come idolatria ciò che non lo è. Dobbiamo conoscere più a fondo le culture originarie. Ed è nostro compito condividere il Vangelo di Gesù, che ci libera da idolatrie, laddove ci fossero.

Note   [ + ]

1. Poi scrivono “inter alia” invece di “inter alios”, ma tanto i loro lettori non ne sanno piú di loro, quanto a latino
2. Metto qualche parola in latino in piú visto che mi so esaminato da raffinati classicisti!
3. È noto come la testata fondata da Giuliano Ferrara non sprizzi simpatia verso l’attuale pontificato, e ciononostante non ha problemi a conservare il lume della ragione (giacché non è doveroso avere il Papa in simpatia, neppure per i cattolici, poiché neppure il Papa ha tra i doveri del suo ufficio quello di stare simpatico alla gente).

Comments:

11 risposte a “Chiesa, non facciamoci scippare il dibattito (rigoroso e franco)”

  1. Firma, firma che intanto er diavolo te se pija.

    La Parabolanità rivela l’incapacità di fare un serio cammino cristiano. Certuni si sono fermati alla prima fase reattiva ed apparentemente zelante che, comodamente, divide il mondo in banco e nero, sporchi e puliti, cattivi e buoni. Firme, voci e volti noti.
    Ora mentre questo è accettabile a chi inizia il cammino non è più comprensibile, secondo ratio e secondo lume dello Spirito, per chi è fermo a questo stadio.
    Il diavolo la carta se l’è giocata bene. Preferisce perdere sulla partenza per guadagnare sull’affondo.
    Ed anche lo slancio inizale che il buon Dio cura e conserva frammisto ad un io ingombrante il nemico amplifica a dismisura nel modo di parodiare il divino e lo spirituale che gli è proprio.
    Certuni vogliono insegnare a rubare al ladro.
    E le linee editoriali, specie se sane, vanno mantenute, nonostante le pressioni, per ricordare a sé e agli altri nel nome di chi si porta avanti una linea editoriale.
    E chi sta in piedi veda di non cadere.

  2. Ho letto con attenzione il dibattito sugli eventi che hanno contornato questo sinodo, e in particolare le spiegaizioni e le giustificazioni avanzate da Lei. Ho preso tutto in grande considerazione perché voglio pensare tutto il bene possibile delle scelte della Chiesa, e mi considero progressista, nel senso chedava Chesterton a questa parola, cioè riconoscendo che per tenere vivo l’essenziale, le forme con cui si esprime devono rinnovarsi con il tempo.
    E tuttavia le Sue difese non risolvono alcune perpessità e onestamente mi sembra che, per volere prendere le difese di questi eventi, Lei non abbia affrontato fino in fondo i nodi sollevati dai suoi critici.
    Le espongo in dettaglio dove Lei e altri non mi avete convinto.

    All’inizio ha pubblicato delle citazioni parodistiche di San Paolo e San Pietro per criticare il gesto di gettare la statua del Pachanama nel Tevere. Ha parodiato il discorso dell’Aeropago immaginando Paolo che distruggeva le statue che aveva visto. Ma questo parallelo non regge. Un vero parallelo più calzante di quello che è sucesso alla Chiesa Transpontina sarebbe un Paolo che invitasse, che so, alcuni visitatori dall’India, magari di quelli che in quegli anni stavano ascoltando la predicazione di Tommanso (non si sa se già convertiti e battezzati, come non si capisce bene di questi indios); un Paolo che poi li invitasse alla Santa Cena che si svolgeva in una delle sue comunità, e gli mostrasse la sala adibita all’Eucarestia (l’equivalente delle nostre chiese), e gli lasciasse esporre sulla qualla tavola, prima o dopo la celebrazione, la statua della dea Kalí, come frutto dell’artigianato locale (non so se gli Indú avessero all’epoca già elaborato questa immagine, ma non è questo l’essenziale). Lei riesce ad immaginare un Paolo che è perfettamente tranquillo riguardo a questo? Mettiamo anche che la dea Kalí abbia dei caratteri troppo incompatibili con la fede cristiana. Per lei sarebbe stato pacifico di fronte all’immagine di Gea, o Cerere, o Mater Matuta, o semplicemente una Kore (un tipico oggetto dell’artigianato del tempo)?
    Anche in quest’ultimo post Lei, come altri, sostiene che la Pachanama non è una dea e quindi si può considerare un’immagine della madre-terra in generale. Ma allora perché questa strana ambiguità per cui per settimane qualcuno diceva “sì è la Pachanama” e qualcuno “no, è una giovane donna indigena incinta?” (compresa la missionaria María da lei intervistata), finché il papa non ha risolto la contraddizione chiamandola espressamente “statua della Pachanama” nel suo messaggio di scuse? Il problema dell’ambiguità e stato dal lei completamente ignorato. Ma è un problema, perché oggettivamente c’è stato un “missionario” che si è pubblicamente gloriato di non aver mai battezzato nessun indio, perché la loro cultura è già in qualche modo “pura”. È legittimo pensare che molti altri la pensino come costui, e comunque non si può negare che il nostro secolo prema terribilmente sulla Chiesa, da dentro e da fuori, per spingerla verso una spiritualità sincretista e panteista: Per cui il compito della Chiesa è mettere dei confini, anche se può esserci dibatti su dove esattamente far cadere il confine. C’è stato un sincretismo medievale che è stato fruttuoso, ma non vedo la stessa chiarezza di intenti oggi. All’atto pratico, non si poteva, preventivamente, esporre le statuine in canonica?

    Prendo in prestito qualche frase da un altro blog cattolico che inquadra perfettamente la mia impressione ed esprime perplessità senza scadere in accuse di sacrilegio o apostasia:

    “sulle pareti cappella Sistina sono dipinte le profetesse pagane del tempo che fu, e pure Virgilio. Il punto è: sono il contorno, non la pietanza. Il cristianesimo può valorizzare tutto, statue di donne nude incinte comprese, perché Cristo è tutto in tutti, e redime ogni cosa.
    Ma solo se c’è lui per primo. Se il suo nome non è invocato, pregato per primo, allora anche una “Nostra Signora” può diventare pagana. Noi veneriamo Maria quale Madre di Cristo, non come divinità a se stante. Fosse altrimenti, la sua statua andrebbe buttata nel Tevere, fosse anche scolpita da Della Robbia. Il senso di ogni cosa portata all’altare è che tramite essa si glorifica Lui. Se non è così non è cristianesimo, anche fosse fatto con la migliore delle buone intenzioni. Sarebbe uno sbaglio da correggere.
    Posso venerare un’icona di Maria con le tette di fuori come le Madonne del Latte cinquecentesche, se è Maria, se mi richiama la realtà della Madre di Dio. Se quel bambino nel grembo della statuina è Dio, me lo si dica chiaramente, e bacerò quell’immagine che mi richiama all’Incarnazione. Se non lo è, non voglio averci a che fare. Chi sa, lo dica: sì o no?”

    C’è un altro parallelo proposto da lei come giustificazione e che non mi ha convinto. O che almeno, mi pare, abbia volutamente ignorato il punto centrale. Quello dei missionari che in Africa hanno aperto una chiesa dedicata alla Madonna di fronte al tempio di un “dio pitone”. Lei ci ha offerto una descrizione della situazione locale, con i fedeli che vanno prima al tempio e poi in chiesa e che pensano che il serpente della statua della Madonna sia il dio pitone che porta in trionfo la Madonna e i missionari accettano la gradualità della conversione. Il punto è che nessuno ha mai messo in discussione questo. a domanda che non si è fatto (e che secondo me è dovuta, per amor di verità) è se quei missionari avrebbero permesso ai loro parrocchiani “in via di conversione” di esporre una statua del dio pitone nella chiesa, magari accanto alla statua dell Madonna. Magari con una missionaria del luogo che spiega che “per gli indigeni il pitone è un simbolo della forza della terra, molto usato nei feste locali”. E con un teologo che a posteriori spiega “in fondo nella Chiesa abbiamo il serpente sul pastorale del vescovo, a ricorda il brano dell’Esodo… ecc… perché già i Padri della Chiesa ricordano che Cristo è come il serpente innalzato… ecc…”. Non voglio essere inutilmente provocatorio, vorrei sapere dove Lei fisserebbe un limite.
    Tornando alla Sua intervista la alla missionaria María, anche lì mi pare manchi un punto essenziale. Quando si dice che “le musiche e le danze popolari confluite in quei momenti di spiritualità hanno un eminente carattere di ringraziamento, piú che di supplica o di lode” il problema è solo uno: ringraziamento rivolto a chi? San Francesco può chiamare la terra “madre”, nel momento in cui ringrazia Dio per la sua esistenza. Se invece in un rito si ringrazia la “madre-terra” per i suoi doni, allora c’è qualcosa che va cambiato. Con tutta la gradualità necessaria, ma sapendo dove si vuole andare. Non lodando quei riti perché a qualcuno appaiono più puri dei nostri.

      • Bariom, qui nessun commento viene censurato e (compatibilmente con la vita famigliare e col lavoro) si cerca di rispondere a tutti, prediligendo gli interventi piú sensati e fondati. La Tavola Rotonda non avrebbe neanche parlato delle statuine, se non fosse giunta quella domanda, e quella domanda è stata sentita e non staccata soltanto perché io ho disposto – alla richiesta esplicita dei tecnici – che nessuna domanda venisse censurata. Quindi adesso gradirei che non mi si esortasse a rispondere come se fossi uno che non partecipa al dibattito. Grazie.

      • Mi spiace se la mia “esortazione” l’ha indispettita…

        Io per contro gradirei non mi si facesse dire cose che non ho detto… Dove avrei parlato di censura?
        Questo sa più di processo alle intenzioni. Se volevo parlare di censura, avrei parlato di censura.

        Poi non avendo avuto personalmente il beneficio di una risposta diretta (se non all’ “esortazione”), mi sono letto quella data a @zimisce, grazie.

    • Gentilissimo, grazie per questo intervento. Cerco di rispondere per punti, e spero di non tralasciare qualcosa.
      Premetto però anzitutto che sono sempre intervenuto malvolentieri su questo argomento, dalla prima volta che ne ho scritto all’ultima che (solo dietro domanda!) ne ho parlato, e questo fondamentalmente per due ragioni:

      • stavo per attingere a fonti meno coinvolte dalla polemica, quando coi miei superiori cominciammo a organizzare l’intervista con l’organizzatrice, poi è sopraggiunto lo sciagurato gesto del Viennese, che ha reso tutto piú complicato e meno trasparente;
      • ancora prima di questo, cioè da quando quelle persone sono state portate nei giardini vaticani, s’è registrata una ingiustificabile e ondivaga vaghezza nella comunicazione della Santa Sede, che già disponeva male le carte sul tavolo e prestava il fianco alle (maliziose) osservazioni dei detrattori.

      Dunque, veniamo a noi. Respingo anzitutto la sua contestazione su “quel che sarebbe dovuto essere l’analogatum secundum” della mia satira: dell’ἀγάπη dei tempi apostolici sappiamo molto molto poco, e da quel poco che sappiamo si aprirebbe una ridda di contro-obiezioni assolutamente sterile nella presente sede (ad esempio, con ogni probabilità – stando alla Didachè – la celebrazione eucaristica non includeva il racconto dell’istituzione, e quindi le “parole consacratorie”: la tradizione latina, dimentica di quelle antiche formule sopravvissute in altre Chiese, ha guardato con sospetto quell’assenza e non l’ha accettata apertamente che nel 2001 – laddove i novatores erano stati invece i latini). Insomma, lei pensa di sapere cosa facessero Paolo, Priscilla e Aquila durante la celebrazione (che verosimilmente si teneva in sala da pranzo), ma in realtà nessuno ne sa niente, quindi finiremmo col discettare del nulla. L’analogia che ho voluto utilizzare, invece, coglie il dato essenziale di un annuncio inculturato, che cioè prende il paganesimo non a nemico da colonizzare ma ad interlocutore a cui rivelare nel mistero di Dio la vocazione piú alta della cultura già presente, e le posso garantire che questa è una grande costante della storia delle missioni. Quando si sono scelte altre vie, esse si sono rivelate piú appariscenti nel breve periodo e piú fragili nel medio-lungo.

      Identità delle statuine: Pachamama o no? Se va a rileggersi la mia intervista a María del Mar Bosch trova che proprio di seguito al suo diniego io ho aggiunto una postilla sull’inculturazione già avvenuta in Sudamerica, nei secoli scorsi, relativamente a Pachamama, il cui nome è stato largamente adottato ad epiteto mariano. Perché l’ho fatto? Non ho creduto alla risposta dell’intervistata? A me come cronista non compete la kardiognosi, ma come giornalista posso e debbo ritagliarmi uno spazio di riflessione: l’organizzatrice di quei momenti di preghiera (cosí “poco strutturati” da non potersi assimilare neppure a riti paraliturgici – donde la mia critica sulla leggerezza di chi, senza consolidarli, li ha portati al centro del dibattito ecclesiale) rispondeva alle mie domande ma era percettibile in lei il timore che le sue parole potessero essere usate contro di lei. Come biasimarla, visto lo shitstorm scatenato addosso alla sua gente da persone che neppure si erano date pena di andare ad appurare i fatti? Per questo rimpiango di non aver anticipato l’intervista – ma va’ a sapere che qualche esaltato viene a giocare al piccolo Maccabeo proprio nel frattempo…

      Mi pare importante invece quanto dice in merito al gloriarsi di non aver battezzato: questo è chiaramente un errore, che forse discende dalla percepita simbiosi tra cristianesimo e cultura colonizzante. La Chiesa c’è per rendere tutti i popoli discepoli di Gesú, questo è sicuro, e vanno evitati come la peste i due atteggiamenti di chi vede nelle culture non occidentali «barbari che vanno civilizzati» (l’ho letto su un sito di sedicenti cattolici che non linko per decenza) e di chi vi proietta un’inesistente età dell’oro. Non saprei parlare di un “sincretismo fruttuoso”: per definizione, il sincretismo è sempre pericoloso, in quanto indistinto. L’inculturazione e l’acculturazione invece se ne distinguono in quanto rispondono a criterî-guida (sebbene talvolta audaci): spesso però, al di là della buona o della cattiva fede, i frutti di codeste attività sono percettibili solo a posteriori. Il criterio-guida è stato espresso (fra gli altri) da Pio XII nell’enciclica programmatica del suo pontificato (Summi Pontificatus, appunto, di 80 anni fa):

      La chiesa di Cristo, fedelissima depositaria della divina educatrice saggezza, non può pensare né pensa d’intaccare o disistimare le caratteristiche particolari, che ciascun popolo con gelosa pietà e comprensibile fierezza custodisce e considera qual prezioso patrimonio. Il suo scopo è l’unità soprannaturale nell’amore universale sentito e praticato, non l’uniformità, esclusivamente esterna, superficiale e per ciò stesso debilitante. Tutte quelle direttive e cure, che servono ad un saggio ordinato svolgimento di forze e tendenze particolari, le quali hanno radici nei più riposti penetrali d’ogni stirpe, purché non si oppongano ai doveri derivanti all’umanità dall’unità d’origine e comune destinazione, la chiesa le saluta con gioia e le accompagna con i suoi voti materni. Essa ha ripetutamente mostrato, nella sua attività missionaria, che tale norma è la stella polare del suo apostolato universale. Innumerevoli ricerche e indagini di pionieri, compiute con sacrificio, dedizione e amore dai missionari d’ogni tempo, si sono proposte di agevolare l’intera comprensione e il rispetto delle civiltà più svariate, e di renderne i valori spirituali fecondi per una viva e vitale predicazione dell’evangelo di Cristo. Tutto ciò che in tali usi e costumi non è indissolubilmente legato con errori religiosi troverà sempre benevolo esame e, quando riesce possibile, verrà tutelato e promosso. E il Nostro immediato predecessore, di santa e venerata memoria, applicando tali norme a una questione particolarmente delicata, prese generose decisioni, che innalzano un monumento alla vastità del suo intuito e all’ardore del suo spirito apostolico. Né è necessario, venerabili fratelli, annunziarvi che Noi vogliamo incedere senza esitazione per questa via. Tutti coloro che entrano nella chiesa, qualunque sia la loro origine o la lingua, devono sapere che hanno uguale diritto di figli nella casa del Signore, dove dominano la legge e la pace di Cristo. In conformità con queste norme di uguaglianza, la chiesa consacra le sue cure a formare un elevato clero indigeno e ad aumentare gradualmente le file dei vescovi indigeni. Al fine di dare a queste intenzioni espressione esteriore, abbiamo scelto l’imminente festa di Cristo re per elevare alla dignità episcopale, sul sepolcro del principe degli apostoli, dodici rappresentanti dei più diversi popoli e stirpi.

      Tutto quel che non sia indissolubilmente legato a errori. Tutto questo, in ogni cultura e senza eccezioni, la Chiesa può, vuole e deve salvare – non in deroga ma proprio in obbedienza al comando missionario del suo Fondatore. Stia sicuro che se questo testo (che i tradizionalisti supinamente ignorano) lo avesse scritto Francesco avremmo udito alti lai levarsi da ogni dove. E gli errori si possono prevedere in anticipo? No, non si può: le culture si incontrano come le persone – magari da una scazzottata viene fuori un’amicizia, magari da un bacio fugace viene fuori un matrimonio fallito. Ricordo la mia amica Lucia (una che va alla messa in Vetus Ordo e colleziona velette) che tiene fra le cose piú care un rosario in cui sta incastonata una Madonna ottenuta dalla crasi con l’iconografia di Yamaja. È cristiano, questo? Almeno quanto il Rosario stesso, aggiungerei, preghiera cristiana e preghiera cristianizzata per eccellenza.

      L’osservazione di Berlicche è buona, in linea di principio, difatti conduce a considerazioni erronee solo se si omettono le informazioni sui fatti concreti: Papa Francesco ha partecipato a quel momento di spiritualità recitando il Padre Nostro, dunque era chiarissimo a chi si rivolgeva la λατρεία; gli stessi organizzatori cominciavano con processioni introitali, proprio a indicare l’ingresso della loro cultura nella Chiesa (che non distrugge ma perfeziona quella, a immagine della Grazia divina); c’erano letture dalle Sacre Scritture, c’erano riferimenti trinitarî ed ecclesiologici raffinati (come ho testimoniato nell’intervista). Certo, sarebbe molto bello poterne sapere di piú, e magari poter rispondere monosillabicamente alla domanda di Berlicche, ma è veramente difficile che un ospite ti apra la sua intimità dopo che hai irriso le cose a lui care supponendo di averle già capite da fuori.

      Santuario dell’Immacolata a Porto-Novo: io non vivo lí, né conosco nel dettaglio la storia di tutte le iniziative pastorali occorse fra quelle mura, quindi “per amor di verità” non vedo come si possa esigere una precisione tanto massimalista. A spanne direi che nulla del genere sia mai stato fatto, e a lume di naso azzarderei anche un giudizio negativo previo ove si verificasse l’ipotesi. Ancora una volta, però, ritengo che il suo paragone non sia aderente ai fatti, proprio perché non consta che siano stati introdotti idoli in chiesa, e ove si trattasse davvero di Pachamama avremmo a che fare con una figura di facillima inculturazione mediante Apoc 12 – tutte cose già avvenute nei secoli scorsi, cose di cui siamo beatamente e tronfiamente ignoranti (non so piú come dirlo). Il limite, come le ho già detto, non si può stabilire a priori, cosí come non si poteva stabilire a priori che Ario avrebbe catalizzato la formalizzazione della piú grave eresia del I millennio, che Maometto avrebbe inventato un nuovo monoteismo abramitico, che Lutero avrebbe negato il libero arbitrio e che noi stessi avremmo sposato la donna che effettivamente abbiamo sposato. Si procede con pazienza, con cautela, con discernimento, attenendosi a poche regole-base (ma può anche succedere che alla fine sposi proprio quella donna con cui t’eri presentato malissimo, la vita è strana).

      In ultimo, mi lasci dire che pur avendo molto apprezzato il suo intervento ogni tanto mi è venuto il sospetto che le cose da me scritte siano state lette solo a tratti: la sua precisazione sul Cantico di Frate Sole, ad esempio, mi porta a domandarmelo. Quando mai non avrei indicato che ogni culto cristiano dev’essere teo-centrico e cristo-centrico? Certo che gli inni di lode e di ringraziamento erano rivolti a Dio – malgrado la propaganda che ha appestato il dibattito, quelle persone sono cristiane e cattoliche, e certe insinuazioni sono ridicole e insultanti –, cosí come la Misa Criolla di Ariel Ramirez (ancora prima della Sacrosanctum Concilium) osava proporre un esperimento in cui le melodie popolari entravano nella preghiera cattolica. Ma se durante la famosa intervista mi stavo sentendo io il primitivo che parlava di statuine, laddove l’intervistata accennava alla pericoresi trinitaria!? La questione dei “riti piú puri” mi sembra sorgere dalla coscienza infelice degli Occidentali, che porta a errori uguali e contrari a quelli dei supremazisti: non a caso nella Tavola Rotonda (che di tutt’altre cose ha parlato, come potete constatare) abbiamo ricordato che la purificazione della memoria serve agli ex colonizzatori almeno quanto agli ex colonizzati.

      Spero di aver risposto esaustivamente alle domande: malgrado i vergognosi fatti di questi giorni (ma non vorrei mai che i supremazisti trattassero me con maggior riguardo che i miei fratelli amerindî, cristiani e cattolici), nulla di quanto ho scritto è tacciabile di “modernismo” (oh, come mi piacerebbe interrogare i miei detrattori sul modernismo, in mondovisione!), mentre tutto è fondato nella Tradizione Cattolica, cioè nelle Scritture e nel Magistero, e corroborato al fuoco della storia ecclesiastica e della cronaca. Appurata in presa diretta.

      • Ringrazio per la risposta, che ha chiarito alcuni dubbi. C’è però ancora qualcosa nel primo punto che mi sembra lei non tenga abbastanza in considerazione. Lei dice che la sua analogia con l’episodio dell’Aeropago rende bene la situazione perché si mostra un annuncio inculturato. È vero, ma ciò che mi stona è che in quell’occasione Paolo era “in casa d’altri”. Naturalmente in questi casi è un atto di carità muoversi con la massima cura verso l’esistente. Invece le persone offese (spero in modo infondato) dalla presenza della Pachanama in chiesa, hanno avvertito che si portava qualcosa di estraneo, senza sufficienti spiegazioni, nel centro del tempio di Dio, nel luogo dell’Eucaristia. Non è giusto ignorare chi è suscettibile su questo punto, anche se magari ha una visiote idealizzata di una certa fase della storia della Chiesa.
        Per questo ho voluto fare quell’esempio le celebrazioni delle prime comunità cristiane. Non importa affatto qui in cosa consistessero esattamente quelle celebrazioni (qualcosa di può intuire – è vero che, coinvolgendo il pasto comune, dovevano svolgersi molto probabilmente in sala da pranzo, ma ci sono indizi per affermare che fin dall’inizio le comunità abbiano scelto la sal più bella della casa più bella tra quelle dei membri della comunità, e che molto presto intere stanze siano state adibite al Battesimo e all’Eucaristia). Ma possiamo essere abbastanza sicuri che i proprietari nel convertirsi avessero ripulito quegli ambienti dalle immagini della vecchia religione. Quindi resto convinto che il mio esempio sia più calzante, perché questo è un caso di ricezione dentro lo spazio sacro cristiano, e ribadisco che, se lo si vuole fare bisogna essere molto molto cauti. Si può fare un parallelo paolino: la carne degli idoli è lecita da mangiare perché gli idoli non sono nulla… ma per non offendere quelli che potrebbero fraintendere, meglio evitare. Non avrebbe senso fare lo stesso ragionamento per chi è molto sensibile alla sacralità del luogo per il luogo sacro (sempre confidando che davvero nei riti non ci fosse nulla di eterodosso)?
        Comunque si può spostare il discorso in qualunque altra epoca e il discorso non cambierebbe. Quando venivano convertiti i Vichinghi nell’VIII e IX secolo, certo in quelle aree il sincretismo durò a lungo, ma Lei si immagina che per ospitare una delegazione di Danesi a Roma o Costantinopoli, il papa o il patriarca avrebbero accolto in chiesa delle stauette di Baldr, in quanto nel frattempo veniva assimilato a Cristo? O perché San Francesco Saverio non avrebbe potuto mandare in Europa una delegazione di fedeli giapponesi che esponessero le statue del dio Izanagi, dato che il suo amore per gli uomini lo avvicina a Dio Padre?
        Insomma, i cristiani sono persone che su certe cose stabiliscono eccome “dei limiti a priori”. Altrimenti, facendo di nuovo un indietro, perché farsi massacrare per non bruciare un po’ di incenso in onore dell’imperatore. Non era una tradizione anche quella? Non è stata inculturata alla fine? Se guardiamo alla storia, mi pare che i Cristiani sono sempre stati visti dai ‘lontani’ come persone per certi versi ammirevoli, ma con delle inspiegabili (per loro) fissazioni su delle sciocchezze (Marco Aurelio dice che fanno le cose per ‘ostinazione’).
        Quindi facciamo attenzione ai simboli. Non me la sento di disprezzare chi dà molto peso alle statuine. I cattolici hanno sempre dato molta importanza anche a queste e, se vogliamo credere anche solo ad una piccola frazione dei miracoli legati in quache modo ad un’immagine sacra, anche Lassù la pensano in questo modo.
        Da persona “acculturata” mi viene molto naturale sorvolare su questi aspetti materiali della spiritualitàà, ma credo di dover fare attenzione a non esagerare.

        Condivido un piccolo episodio personale: durante il mio Ersamus facevo un spesso la strada verso il campus con una ragazza della capella universitaria, di confessione protestante. Lungo la strada si vedeva un piccolo tempio hindu (era una cittadina inglese ad alta concentrazione di indiani). Così le dissi che un giorno avrei voluto fermarmi per visitare l’interno, mentre lei mi disse che preferiva non entrarci, per paura che ci fosse un demone. Ecco, lì per lì stavo per scoppiare a ridere, però oggi so che lei prendeva alla lettera un versetto di Paolo (un passo difficile, prima dice che gli idoli non sono nulla, poi dice che i sacrifici offerti a loro sono offerti ai demoni). Penso anche che noi facciamo bene a non prendere alla lettera tutto quello che Paolo scrive ma, mi chiedo, se ritengo di poter andare oltre il senso letterale, qual è il senso ulteriore che prendo seriamente?

        Per riprendere la Sua metafora riguardo il matrimonio, è vero che spesso si cominciano rapporti senza conoscerne gli esiti. Ma è appunto molto cristiano anche in quel campo mettere dei limiti molto rigorosi durante la fase di “conoscenza”. Infatti è un’altra ostinazione per cui il nostro tempo ci critica aspramente.

        P.S. Sull’uso del termine “sincretismo”: avevo in mente quello che in letteratura si chiama “sincretismo medievale” di cui si parla per esempio in riferimento a Dante. Probabilmente in teologia ha un significato deteriore di cui non ero a conoscenza.

        • Buongiorno. Accolgo la replica e le faccio seguito con un (stavolta spero davvero breve) riscontro.
          Siamo cortesi in casa d’altri e arroganti in casa nostra? Ma non si tratta in fondo, osserverà (e concordo), di etichetta o di bon ton, bensí di opportunità e di discernimento. Lasci allora che la sorpassi a destra e che condivida con lei una mia forte perplessità su un elemento di acculturazione radicatissimo nel nostro immaginario religioso: i (paganissimi) putti che infestano le nostre chiese. Non mi scandalizza che siano pagani (so troppo bene che la stessa basilica è una struttura architettonica romana, e laica, per giunta – ironico come siamo giunti a definirla “tempio” [concetto, questo sí, giudaico o pagano]), ma che corrompano costantemente, nel nostro immaginario, le figure degli angeli, queste creature formidabili e tremende di cui scrisse lo pseudo-Dionigi. Da cristiano cattolico (e cultore della materia) ritengo che questa crasi iconografica (tutta latina – in Oriente almeno [a proposito…] hanno inculturato genî e sfingi!) sia stata improvvida e che abbia inciso negativamente sulla formazione della credenza negli angeli nelle coscienze dei credenti – difatti, chi prega piú l’angelo custode? Sembra un ammennicolo per bambini, mentre la Tradizione (fatta di Scrittura, Magistero e Teologia) c’insegna diversamente.
          Ecco un punto su cui l’acculturazione di un dato pagano ha dato esiti infausti, e tuttavia si è perpetuata fino ai nostri giorni, né accenna ad attenuarsi. Entrerò per questo in una chiesa decapitando putti? Giustamente tutti mi prenderebbero per un fanatico esaltato, eppure se lo facessi (magari raccontando a posteriori di aver recitato un rosario prima di farlo) sarei l’omologo esatto del Viennese. E me ne guardi Iddio.
          Un esempio di inculturazione audace, invece, e di cui da cristiano cattolico sono ragionevolmente fiero, è quello che ha trasformato gli antichi reliquiari da Santissimo Sacramento nei moderni ostensorî a raggiera solare: il De Revolutionibus di Copernico fu pubblicato postumo, nel 1543, con dedica a Papa Paolo III (già noto come “cardinal fregnese”, visti i modi per cui era entrato nel Sacro Collegio – ma questa è un’altra storia), e la polemica squassò le comunità riformate molto piú che la Chiesa cattolica. Già prima dell’ambiguo “caso Galilei”, dunque, il (blasfemo?) sistema eliocentrico era stato inculturato a mezzo dell’ostensorio. Raramente, però, la Chiesa incede tutta con lo stesso passo: ci sono quelli che spingono perché la frizione con Galilei si esacerbi e quelli che invece seguono silenziosamente un’intuizione e ne avviano il processo. Per i primi, secoli dopo, si chiede perdono; degli altri il piú delle volte ci si gloria.
          Proprio perché facciamo attenzione ai simboli: quel che il Viennese ha fatto è stupido e irrispettoso di culture che non sono la sua (e che sono cattoliche almeno quanto la sua), ma ancora di piú è blasfemo nei riguardi dell’identità cattolica che ottusamente si propone di difendere.
          L’unico limite a priori che il cristianesimo pone, e impone, è la signoria di Cristo. Quando questa è salva (e nella fattispecie lo era eccome!), tutto (e veramente tutto) può essere preso in considerazione e discusso: perfino il culto delle icone e la distinzione tra la δουλεία e λατρεία. Vorrei essere chiaro su questo: io non mi scandalizzo per quanti si sono scandalizzati e non disprezzo quanti siano stati sinceramente turbati (ove fossero realmente in buona fede – e non ne ho visti molti), ma a maggior ragione non posso che giudicare con la massima severità gli operatori della comunicazione che hanno montato un caso invece di spiegare un fatto (o viceversa non l’hanno saputo presentare bene) – e non posso che avere il piú duro biasimo per il vanesio Viennese che si sta costruendo un personaggio (e di fatto s’impone come vero idolo a un certo segmento di sventurati) a discapito della fede cattolica.
          In ultimo, ma lo ricordo giusto perché a questo punto sembra una barzelletta, la trasmissione andata in onda su Radio Maria non intendeva affatto parlare di codesto caso, che consiste praticamente tutto in una montatura. Trovo gravissime (per la libertà cattolica, non per me!) le pressioni mosse al Direttore della Radio e trovo altrettanto grave che dei cristiani invece ne esultino. Del resto, sono gli stessi che hanno esultato per il Viennese…
          A proposito di questo, e della sua amica dell’Erasmus, vorrei ricordare un passaggio del mio amato Albert Schweitzer (luterano che se io fossi Papa canonizzerei!), quello in cui egli scriveva che Paolo aveva «guadagnato per sempre al cristianesimo al diritto a pensare». Oh, quanto è vero che Paolo lo fece. Del resto, impariamo quotidianamente che o questo diritto ce lo riconquistiamo ogni giorno – approfondendo sempre piú la nostra fede – o lo perderemo prima di rendercene conto. E magari diventeremo idolatri proprio mentre pretendiamo che altri lo siano.

          • Capisco, la sua replica è esauriente e la ringrazio. Su quache punto però non sono d’accordo e le lascio queste righe per la sua personale riflessione.
            Intanto le persone turbate diciamo “onestamente” sono state più di quante lei sembra ritenere (ripensi per esempio a quanto le ho riportato di Berlicche). C’è il complottismo di quelli che vedono nell’attuale politica ecclesiastica il manifestarsi dell’Anticristo e c’è quello di chi vede nei suoi detrattori dei nostalgici dell’Inquisizione spagnola (alcuni effettivamente lo sono).
            Personalmente vorrei una Chiesa che prende sul serio sia gli esperimenti sia le tradizioni (non solo la Tradizione, quella lo diamo per scontato). E magari fa valere il suo diritto/dovere di controllare, senza la crudezza del passato. Ad esempio se si accoglie una liturgia di una missione lontana, dare un’occhiata alle parole e i gesti coinvolti e pubblicarli in anticipo (e magari anche emendare, se si nota che in qualche frase si è perso il senso della Signoria di Cristo).

            C’è un motivo secondo me per cui la Chiesa dei primi secoli non ha accolto Cerere, ma poi ha accolto i putti. Nei primi secoli Cerere e altre divinità avevano ancora una presa, diciamo una esistenza (culturale) autonoma che rischiava di creare confusione. Quindi, anche oggi, in un tempo in cui la cultura mondana spinge in direzione di un neopantismo, ci andrei cauto con le immagini della madre terra. Metre (ecco un esempio che non abbiamo fatto ma può essere calzante) un’allegoria dell’Abbondanza su un edificio gotico non rischiava di essere sostituito a Dio.

            La saluto e le auguro una buona settimana.

          • Possibile, ma discutere delle ragioni di quanto non è avvenuto è sempre storicamente discutibile, mentre io biasimo la questione dei putti non per un astratto concetto di purità, bensí per il danno che mi sembra di poter misurare nella pratica eucologica e nel sentire dei fedeli (per come lo colgo).
            Io penso che la Chiesa che lei auspica sia anche quella che esiste; bisogna avere la pazienza di tollerare che abbia i suoi difetti, cosí come noi siamo davvero quelli che il Signore ha redenti e santificati… e riusciamo ancora a macchiarci dei nostri peccati.
            Buona settimana a lei.

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