Le fallacie ermeneutiche di Frédéric Martel: un domenicano legge “#Sodoma”

Fatti e interpretazioni

Al di là del format del libro – a metà tra istigazione allo scandalo e attivismo gay – è inutile cavillare sui fatti rivelati dall’inchiesta di Sodoma. Sono già state segnalate alcune esagerazioni, soprattutto quelle che implicano alcune persone al di là del ragionevole. Esse offrono un’immagine teatrale del giubilo dell’autore nel mostrare ciò che mostra, anche se il teatro è anzitutto e soprattutto nella sala. Poco importa, il problema non è questo. Concediamo in blocco quanto oltrepassa le nostre competenze. Vengono descritte delle situazioni, vengono implicate delle persone, vengono denunciati dei processi, vengono riportate innumerevoli conversazioni. Anche una metà o un quarto di tutto questo basterebbe a far consistere il successo del libro e a far piangere le pietre. Inutile pure rincarare la dose sul costernante, per non dire sullo sbalorditivo. La questione sta invece nel delucidare alcuni principî interpretativi del libro di Frédéric Martel.

Il talento dell’autore è incontestabile, ma era già noto perlomeno da Le rose et le noir. Les homosexuels en France depuis 1968 (Seuil, 1996): c’è quel particolare acume proprio degli attori/osservatori del mondo omosessuale da Proust in qua, passando per Michel Foucault – quell’intelligenza col cesello che apre tutte le piaghe e diagnostica tutte le malattie senza però curarle. Ed è uno stile che sa tenere il lettore in sospeso. Tuttavia, questa sorta di ebbrezza discinta propugnata per 600 pagine si esaurisce un poco a partire dalla seconda metà, dove fioccano pure alcune ripetizioni, e tutto ciò finisce per tradire le trame della narrazione e dei processi argomentativi.

Anzi, all’autore capita di sconfinare in àmbiti che non sono quelli della sua disciplina. Egli costella la sua inchiesta di principî filosofici o di lezioni teologiche. E lì rivela intenzioni tutt’altro che descrittive (le quattordici regole di Sodoma, stabilite una dopo l’altra). Queste lezioni si ammantano di autorità morale, ma certo con un sostrato sovversivo, ossia di inversione deliberata dei criterî di verità, nonché con un recupero della frangia più liberale della Chiesa – papa Francesco in testa1Che il Santo Padre sia ascrivibile tout court alla “squadra dei liberali” non mi pare condivisibile [N.d.T.]. – per far avanzare quella verso cui si protendono i suoi auspicî, la causa omosessuale nella Chiesa.

Basta elencare tali prismi ermeneutici per imporre un po’ di distanza. E poi ciascuno pensi quel che vuole.

Specchio deformante e ignoranza del cristianesimo

Martel dipinge come un sistema ogni sorta di complicità. L’omosessualità ne è la base: l’attività omosessuale in sé, attribuita ad ecclesiastici che non vi risultano dediti; le reti di clientelismo che ne derivano, fatte di corruzione, copertura e ricatto. È qualcosa di orribile ma – purtroppo – è umano.

Fino a questo punto l’analisi non fa che barcamenarsi in quello che – dal punto di vista cristiano – è un disordine: il peccato, che è cosa di tutti i tempi, di tutti i generi di vita e che si incontra a tutte le latitudini. Quando – cosa che tutti auspichiamo – le aggressioni sessuali, rese pubblicamente note, provocheranno in ogni dove il collasso delle reti di complicità, in che stato si troveranno gli ambienti della cultura e del potere? La presa di coscienza collettiva della condizione delle vittime e della gravità dei fenomeni di copertura – a ogni piano delle nostre società e quindi anche della Chiesa – non ha mosso che i primi passi.

Si capisce – ed è un punto capitale della sua analisi –, per Martel non è l’omosessualità ad essere riprovevole (tutt’altro!), ma l’ipocrisia che pur fondandovisi la dissimula. Certo, la violenza di alcuni discorsi contro le tendenze omosessuali di una persona non è che una apparente omofobia stesa su un fondo di omofilia. Argomento noto, talvolta pertinente, quello dell’amore-odio; ma qui diventa una regola di discernimento. E comunque bisogna sottolineare che Martel l’applicava alla Chiesa già vent’anni fa, prima della sua inchiesta sul Vaticano, come un a priori ermeneutico.

Più in profondità dello spettacolo del vizio, dunque – spettacolo tanto più pepato ed eccitante in quanto s’incrosta nel luogo che in modo supremo simboleggia la virtù: il Vaticano – Frédéric Martel denuncia il sistema che consiste, tra gli ecclesiastici, nel prendere per gli altri decisioni che egli giudica omofobe, laddove essi stessi sono omosessuali praticanti. La contraddizione del loro comportamento è patente. E tuttavia gli si potrebbe ribattere che si tratta meno di ipocrisia che di miseria. Ma il sistema, secondo lui, coincide strutturalmente con una morale omosessuale che pretende di opporsi all’attività omosessuale. Il celibato, l’astinenza, la proibizione dell’omosessualità, diventano tutti e sempre, per lui, degli effetti dell’omosessualità stessa – insieme respinta, praticata e strutturante. Nella Chiesa, le decisioni morali che più vigorosamente si sono opposte alla legittimazione dell’omosessualità sono dunque ispirate – secondo Martel – dall’omosessualità di quelli che le hanno prese.

È qui che all’autore bisogna opporre l’vangelo. Cristo invita tutti e ciascuno alla virtù della castità, ossia all’equilibrio della sua attività affettiva e sessuale in vista di un dono d’amore. Alcuni li invita anche alla continenza, e a questi offre sia una via crucis per la quale avanzare sia gli strumenti della grazia per riuscirci. Il fatto che degli eminenti rappresentanti della Chiesa non ci riescano non invalida il principio e tantomeno autorizza a permettere tutto. L’autore non ammette le ragioni delle disposizioni di Cristo (oltre al fatto che dichiara di non credere – è un suo diritto), e dunque le motivazioni di quelli che a Lui donano la vita. Ai suoi occhi non restano che la repressione e la doppiezza. Questo specchio deformante, che egli applica a tutti le carenze di alcuni, è un errore metodologico (con un uso talvolta eccessivo della psicanalisi), un’ignoranza del cristianesimo che sconfina nell’ingiustizia.

Fatalismo o progresso

A nostro modo di vedere, il fondo della questione ha a che vedere con l’etica della cultura omosessuale: il fatalismo. Siamo come siamo, non si può cambiare niente. Bisogna accettarsi. Non per nulla Foucault ha sviluppato tardivamente a vantaggio dell’omosessualità un’etica dagli accenti stoici, dove la felicità consiste nell’assumere ciò che non si è scelto e nel crearsi così una vita rivendicata.

Il cristianesimo propone altro che il fatalismo: una vita di conversione, il lavoro delle virtù, l’affinamento della propria umanità e il perdono dei peccati, sempre reiterato. La grazia è più liberatrice di un’emancipazione mossa dalla necessità.

La cultura gay parla di essere e dunque di rassegnazione, la fede cristiana parla di atti posti e dunque di progresso. In questo, le due etiche sono diametralmente opposte.

Martel spoglia l’etica cristiana della sua legittimità, secondo un sistema circolare2In pratica una petitio principii [N.d.T.]. e quindi totalitario: per lui, il fatto che si contesti la sua analisi prova che si soffre del problema che egli denuncia.

Natura o “contro-natura”

Martel, soprattutto, lascia affiorare l’intento sovversivo rovesciando il concetto di “contro-natura”: non è più l’omosessualità ad essere tale, bensì il celibato ecclesiastico. L’argomento è tanto abile quanto spettacolare, ma suona falso. Anzitutto, egli assurge nuovamente a prescrivere ciò che la Chiesa deve pensare. Quando il suo tono diventa magisteriale, eccolo che sconfina. È il lato militante del libro, che va dunque più lontano di un’inchiesta sociologica. Passa dal de facto al de iure.

In seguito – ed è divertente – egli reintroduce a proprio vantaggio l’idea di natura, della quale il dibattito sociale ci ha insegnato a fare a meno, in particolare col matrimonio omosessuale… Che cosa sarebbe una natura, in fondo? Il paradosso è gustoso, ma è pure strategico, perché egli predica – è il caso di dirlo – per “la parrocchia”.

Due concezioni della natura rischiano allora di affrontarsi: una, classica, caratterizzata da una finalità della vita umana iscritta nel corpo come pure nella libertà; l’altra, contemporanea, caratterizzata da una considerazione delle pulsioni e dei desideri individuali, come se tutti dovessero essere soddisfatti. Sarebbe appassionante, almeno, riaprire questo dibattito capitale. Il pensiero dominante ne sarebbe capace?

Doppio prisma proustiano

Martel propone, in definitiva, una morale in qualche modo inquisitoria. Il suo intento è far saltare l’ultima roccaforte di resistenza – il discorso della Chiesa cattolica – davanti a un’omosessualità divenuta conforme ai buoni costumi: «Il Vaticano è l’ultimo bastione da liberare!». Così egli contribuisce all’istituzione di una nuova norma e all’annichilamento delle antiche. Certo, la sua inchiesta sembra facilitargli il compito, visto come considera quelli che paiono porvi resistenza…

Forse di quando in quando Martel si lascia trasportare da quello che chiamerei “il prisma proustiano”, che è bifocale. Tale prisma assume che tutti sono omosessuali o quasi, soprattutto quelli che lo nascondono. Di più, esso spiega la totalità delle azioni umane con questa omosessualità generalizzata e dissimulata.

Certo, tale duplice prisma lumeggia crudamente alcuni arcani comportamentali, ma il suo impiego sistematico riduce un po’ troppo l’orizzonte di verità. Unilaterale ed anche ossessivo, risulta esagerato e dunque poco scientifico.

Per esempio, là dove l’autore riduce a un’omofilia più o meno sublimata le amicizie intellettuali di Jacques Maritain egli commette un errore storico e piuttosto grossolano: il filosofo francese era lungi dall’invitare a casa propria unicamente artisti omosessuali (foss’anche solo per lavorare, senza riuscirvi, alla loro conversione). Ma Martel non ritiene che quanti erano tali: invasione del campo visivo, eliminazione di ciò che non ne fa parte, spiegazione unilaterale dei fatti.

Ma bisogna ricordarsi che, dal punto di vista della cultura omosessuale, per riprendere il titolo di un’altra opera di Martel, «la rivoluzione gay cambia il mondo». Dunque è vano, secondo lui, opporvisi. A dargli credito, tutti i papi che hanno tentato hanno fallito – ed è anzi per questo che uno di loro ha dato le dimissioni… Questo libro è quello di una guerra planetaria, della legittimazione morale dell’omosessualità, tra promozione politica e delegittimazione delle istanze che ancora vi si oppongono.

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Note

Note
1 Che il Santo Padre sia ascrivibile tout court alla “squadra dei liberali” non mi pare condivisibile [N.d.T.].
2 In pratica una petitio principii [N.d.T.].
A riguardo Giovanni Marcotullio 267 articoli
Classe 1984, studî classici (Liceo Ginnasio “d'Annunzio” in Pescara), poi filosofici (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PhD RAMUS) e teologici (Pontificia Università Gregoriana, Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, Pontificia Università “Angelicum”, PhD UCLy). Ho lavorato come traduttore freelance dal latino e dal francese, e/o come autore, per Città Nuova, San Paolo, Sonzogno, Il Leone Verde, Berica, Ταυ. Editor per Augustinianum dal 2013 al 2014 e caporedattore di Prospettiva Persona dal 2005 al 2017. Giornalista pubblicista dal 2014. Speaker radiofonico su Radio Maria. Traduttore dal francese e articolista per Aleteia Italiano dal 2017.

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