La Francia e l’Europa quattro anni dopo #JeSuisCharlie

Paris Mayor Anne Hidalgo, Justice Minister Nicole Belloubet, French Interior Minister Christophe Castaner, French culture minister Franck Riester and Junior Interior Minister Laurent Nunez attend a ceremony outside the satirical newspaper Charlie Hebdo's former office, to mark the fourth anniversary of the attack in Paris, France, 07 January 2019. Islamic extremists attacked satirical newspaper Charlie Hebdo and a kosher supermarket on 07 January 2015 killing 17 people. EPA/GONZALO FUENTES / POOL MAXPPP OUT

Quattro anni fa stavamo lavorando con Mario Adinolfi ai ritocchi per la prima uscita de La Croce quotidiano. La notizia dell’efferato attentato contro la redazione di Charlie Hebdo ci colse mentre eravamo nella nostra, di redazione, in Piazza del Gesù a Roma – letteralmente a due passi da importanti luoghi-simbolo del terrorismo italiano. La Croce, dunque, usciva nelle ombre – sovrapposte e confuse – dell’attentato alla libertà di pensiero, dello scontro di civiltà, dell’islamismo che scorre silenzioso nelle vene d’Europa, dei conti in sospeso che l’Europa ha con sé stessa.

Quel giorno tornammo subito alle parole profetiche della lezione di Ratisbona di Benedetto XVI: «Agire contro ragione è contrario alla natura di Dio». Per questo Dio non è violento e mai la vera fede può – senza snaturarsi – incitare qualcuno alla violenza. Vedemmo poi di essere stati seguiti anche da altri commentatori, e per quanto la situazione lo permettesse questo fu in qualche modo di conforto.

«Quattro anni e parecchi attentati dopo», come ha scritto ieri Elisabeth Lévy in un importante editoriale su Causeur, s’impone una verifica. È vero che Macron non ha mai nominato Charlie Hebdo – da parte nostra comprendiamo e condividiamo la scelta sia sul versante politico sia su quello amministrativo – ed è pure vero che l’informazione fa semplicemente il suo dovere se dà più spazio ai gilet gialli che oggi mettono la Francia a ferro e fuoco e meno al commando che allora uccise dodici persone.

Numero speciale, in edicola per l’anniversario:
quando deve alzare qualche spiccio, Charlie Hebdo attacca le religioni

È vero che c’è qualche punto di contatto tra la violenza subumana che agita certe frange dei gilet gialli e quella manifestata dagli islamisti… ma stupisce come gli anni e i fiumi di sangue non ci abbiano insegnato – a noi europei, dico: laici, aperti, garantisti – che quella medesima violenza può manifestarsi anche «coi guanti bianchi» (Papa Francesco ebbe a usare l’espressione in un contesto analogo). Quando Zineb el Rhazoui dice “Bisogna che l’islam si sottometta alla critica, allo humour, alle leggi della Repubblica, al diritto francese”, la vignettista afferma qualcosa di solo parzialmente condivisibile: certo, le leggi, certo lo Stato, certo la critica e perfino lo humour sono cose buone, anzi ottime. «Ma innanzitutto l’uomo – scriveva Hikmet al figlio, e aggiungeva quasi in un merismo –: ma innanzitutto ama l’uomo». Una società non può reggersi sulla satira; può bensì avere e garantire un posto per la satira, se l’una e l’altra sono rettamente fondate e intese. L’affermazione irridente di Lévy – per cui si rivendica «il diritto secolare della Francia laicista di farsi beffe dei preti di ogni obbedienza» – non è altro che una fatwa di segno opposto a quella degli islamisti. Non c’è un grammo di ragionevolezza in più, non s’intravede alle sue spalle una società migliore che sarebbe più sensato scegliere: difatti Lévy è triste, come denota la chiusa del suo editoriale.

Quattro anni e molti attentati dopo, nessuno vuole più rischiare la pelle per una satira orrenda e insultante, questo è naturale e non so rammaricarmene. Mi dispiace invece che tutto ciò sembri dettato dalla paura e non da una maturazione: sembra che non si riesca a disinnescare la stanca dinamica della prevaricazione, per la quale Lévy diventa sacerdotessa del laicismo contro «i preti di ogni obbedienza»… e fa la voce grossa fintanto che è ministra del culto maggioritario. Anzi, in questo momento fa la voce grossa proprio perché lo strapotere del suo “diritto secolare” (poco più di due secoli, in fondo…) si sgretola. E lei sta impotente a osservarne la marcescenza.

Quattro anni e molti attentati dopo, un ricorso esterno del vecchio Terrore giacobino fa chinare il capo alla Francia e all’Occidente: è vero, sì, che si ha l’impressione di non poter più toccare alcuni argomenti. La libertà di pensiero è un patrimonio che va difeso, non si può pretendere di trattarlo come un dogma da riaffermare “contro gli eretici”, o Lévy aggiungerà la sua voce al “concerto di indignati” che – la stessa editorialista lo annota onestamente – non ha mai potuto sedare un’insurrezione.

Se si vuole andare oltre gli slogan, dunque, e far sì che il sangue di Charlie – per sporco che sia – non sia scorso invano, occorre un vero e serio esame di coscienza: non è “colpa dell’Islam” – abbiamo già ad intra centinaia di argomenti che non riusciamo più a toccare senza venire alle mani –, è che la nostra civiltà sembra giunta a un livello di fragilità di pensiero tale che la reazione spontanea a ogni interlocuzione è la rigidità. 

Traduco di seguito l’editoriale, che ho già criticato diffusamente. Aggiungerò in fondo una breve postilla.


di Elisabeth Lévy1Editorialista su Causeur.

Quattro anni fa le strade di Francia erano piene di una folla uscita spontaneamente, brandendo penne o candele, per dire il proprio rigetto di cedere sulla libertà di pensare di svaccare. “Je suis Charlie”: in qualche giorno, quel grido silenzioso orlato di nero si diffondeva in tutto il Paese, o quasi, che avrebbe sfilato per la propria libertà l’11 gennaio. La Francia è in piedi, giuravano i governanti.

Col tempo tutto sfuma

Non si può commemorare in eterno. Quattro anni e una quindicina di attentati più tardi, gli orsacchiotti, le candele e gli incanti sentimentali non sono più di moda. Non ce ne vorrete, anche se ci sarebbe piaciuto che Emmanuel Macron si fosse servito di quest’occasione per onorare il giornale martire di cui dalla sua elezione in qua egli non ha ritenuto bene pronunciare pubblicamente il nome2Il lettore italiano forse lo ignora, ma Causeur è noto per la scrittura provocatoria e sopra le righe. Su questo punto del resto, è difficile dissentire dal presidente: rischiare rappresaglie potenzialmente cruente per degli imbrattacarte alla canna del gas sarebbe una follia irresponsabile [N.d.R.].. Le cerimonie si fanno più sobrie, gli articoli vengono relegati nelle pagine interne e, nelle trasmissioni televisive e radiofoniche l’argomento non arriva se non in terza o quarta posizione, dopo i gilet gialli e il processo Barbarin3In Italia non se ne sta parlando, ma è il processo al Cardinale già arcivescovo di Lione per aver omesso di denunciare casi di efebofilia nel clero (la difesa afferma soltanto di non aver mai inteso dissimulare, semplicemente i reati erano già prescritti all’epoca in cui erano stati notificati alla Curia) [N.d.R.].. È la legge dell’attualità. Non dimentichiamo Cabu, Charb, Honoré, Marris, Tignous, Wolinski e tutte le altre vittime. Da mille piccole cose ci ricordiamo spesso come il mondo sia meno gioioso senza di loro. La vita, evidentemente, ha reclamato i propri diritti.

Il lento lavoro del tempo potrà contristare, ma non è niente di nuovo. Ciò che fa rabbia è che la Francia non è più Charlie. Quattro anni dopo il 7 gennaio 2015, sembra aver collettivamente rimosso le ragioni che l’11 gennaio l’hanno fatta scendere in strada. Difendevamo – diciamocelo – il diritto secolare della Francia laicista di farci beffe dei preti di ogni obbedienza. A fronte della volontà affermata dall’islam più radicale di far tacere ogni critica e di soffocare ogni dissidenza con la minaccia e con l’intimidazione, la Francia della libertà di espressione – uno dei diritti più preziosi dell’uomo secondo la Dichiarazione del 1789 – avrebbe resistito, lo si era giurato. Oggi sappiamo quel che ne è.

Nel paese dei pusillanimi, l’islamismo regna sovrano

La redazione di Charlie Hebdo vive in un bunker (che si paga da sé): decine di persone minacciate dagli jihadisti, sono sempre sotto scorta di polizia. Philippe Val, che nel 2006 aveva pubblicato le sue caricature di Maometto, ha visto la sua protezione drasticamente rinforzata in primavera dopo aver iniziato una petizione contro l’antisemitismo chiedendo ai musulmani di avviare una reinterpretazione dei loro testi. A dicembre, Zineb el Rhazoui, una veterana di Charlie che vive anch’ella sotto alta protezione, ha ricevuto un fottio di minacce per aver dichiarato nello studio di Pascal Praud: «Bisogna che l’islam si sottometta alla critica, allo humour, alle leggi della Repubblica, al diritto francese».

È assai probabile che, se un giornale osasse oggi pubblicare caricature di Maometto, tutti griderebbero alla provocazione. Ci spiegherebbero che è male beffarsi della religione degli altri, e che è il vecchio razzismo francese a spiegare l’inquietudine riguardo all’islam. Ad ogni modo, nessuno lo farà perché tutti hanno paura. È vero che, quando non si è musulmani di nascita, si può scrivere più o meno quel che si vuole, sull’argomento, inclusi dei romanzi. Ieri il fanatismo islamista si scagliava contro Salman Rushdie. Oggi esso concentra il proprio odio sulle immagini, le sole capaci di infiammare le folle da un capo all’altro del mondo musulmano. Esso continua a nutrirsi della nostra viltà e della nostra indifferenza. E, nelle nostre periferie, a sedurre una non trascurabile frazione della nostra gioventù (quasi la metà dei liceali musulmani, secondo un’inchiesta del CNRS). Non ci spremeremo le meningi con dei problemi per i quali non ci sono soluzioni semplici da usare a mo’ di slogan.

«Sul fronte della libertà di espressione, la situazione è disastrosa»

Di colpo, facendo un passo indietro, tutta quell’unità, tutta quella resistenza, tutto quel fervore suonano terribilmente falsi. “Niente sarà più come prima” – un corno! In realtà, come osserva Richard Malka, l’avvocato di Charlie che nel 2007 difese davanti alla giustizia l’affare delle caricature, e vinse, tutto è peggio:

Sul fronte della libertà di espressione, la situazione è disastrosa. Tra politicamente corretto, invettive e paura fisica, non c’è più posto per la libera discussione. E non parliamo del blasfemo o della critica alle religioni.

Si assiste piuttosto a un’estensione permanente del dominio dell’intolleranza e del proibito.

Non si scherza affatto

Da questo punto di vista il movimento dei gilet gialli ha rivelato, nei suoi limiti, un clima che guadagna terreno, galvanizzato dai social network: si minaccia di morte ogni testa che si disallinei o che dispiaccia, si pesta un gendarme. L’avversario è un nemico da abbattere. Certo, si tratta solamente di poche note di terrore, che suscitano immancabilmente un concerto indignato. Non si è mai sentito che l’indignazione abbia mai vinto le insurrezioni. Niente a che vedere con Charlie, si dirà. Salvo che, come tipo individuale, il picchiatore/pestatore arroventato dalla polemica, che sia un nazistello, un ultrà di sinistra o solo uno accecato dall’odio per il “sistema”, ha qualche punto di contatto con la canaglia convertita al jihad.

In ultimo, il fanatismo – come la sottomissione – è uno stato d’animo che può toccare anche altri argomenti. Si comincia con l’avere paura a parlare di islam, poi sono le donne, il clima o la corrida ad essere sottratti al campo della libera discussione. E alla fine, non solamente non si pensa più niente ma neppure si scherza più.

Allora, mio caro Charb, passa il messaggio ai compagni: ci sono giorni in cui ci diciamo che non vi state poi perdendo granché.


Visto che Lévy ricorda i nomi dei vignettisti provocatori – che avevano abusato della loro professione e della sudata libertà del nostro mondo – non le dispiacerà se ne aggiungo un paio anche io: il primo è quello di Franck Brinsolaro, brigadiere di gendarmeria che per anni aveva fatto da scorta al “caro Charb”. Il secondo è quello del luogotenente Ahmed Merabet, morto da musulmano e da francese per difendere i sacri diritti europei che Charlie Hebdo aveva disonorato4Il primo nome è presente sulla targa ufficiale scoperta ieri in loco: il secondo no, lo hanno recuperato con un cartello a parte. Ecco il simbolo della debolezza di questa civiltà miope e impaurita.. Riposino in pace e – se possono – intercedano per noi.

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Note   [ + ]

1. Editorialista su Causeur.
2. Il lettore italiano forse lo ignora, ma Causeur è noto per la scrittura provocatoria e sopra le righe. Su questo punto del resto, è difficile dissentire dal presidente: rischiare rappresaglie potenzialmente cruente per degli imbrattacarte alla canna del gas sarebbe una follia irresponsabile [N.d.R.].
3. In Italia non se ne sta parlando, ma è il processo al Cardinale già arcivescovo di Lione per aver omesso di denunciare casi di efebofilia nel clero (la difesa afferma soltanto di non aver mai inteso dissimulare, semplicemente i reati erano già prescritti all’epoca in cui erano stati notificati alla Curia) [N.d.R.].
4. Il primo nome è presente sulla targa ufficiale scoperta ieri in loco: il secondo no, lo hanno recuperato con un cartello a parte. Ecco il simbolo della debolezza di questa civiltà miope e impaurita.

1 Commento

  1. Ci sono diverse libertà di espressione, a volte è meglio aspettare e capire prima di dire, niente è semplice……ma l’uomo è molto complicato.
    Nel mio piccolo penso cosi…la vita potrebbe essere bella e semplici, ma purtroppo l’ipocrisia, e l’indifferenza oggi è per la maggiore…..purtroppo.

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