Caso Lecoq: il femminismo alla prova dell’amore famigliare

E mi domando un’altra cosa, assai importuna: siamo sicuri che l’atteggiamento di contrapposizione netta col compagno, il braccio di ferro con la sofferenza del figlio come arma di ricatto reciproco, sia più inaccettabile di tante altre forme di battaglia in famiglia, dove invece l’interesse del figlio è assurto a dogma ma ugualmente usato contro l’altro? Faccio un esempio personale (come la Lecoq, sperando di non sollevare identico polverone): a settembre è iniziato il turbinio delle attività scolastiche ed extrascolastiche a cui portare i figli, con la solita difficile opera di conciliazione con gli impegni lavorativi e casalinghi, per cui la redazione di un planning con orari e compiti diventa più sofferto del patto di Varsavia. Il marito ha subito estratto la carta maschile per eccellenza: “faccio quello che posso”, in contrapposizione col “faccio quel che devo” femminile.

Così nella prima settimana è andato tutto malissimo: praticamente il marito, come sua abitudine, ha pensato di abusare della tolleranza dei dieci minuti su tutti gli appuntamenti ed io, per sottolineare il suo pressapochismo con crudele superiorità, ho dato per scontato che avrebbe tardato oltre il tollerabile e ho fatto da sola tutti i viaggi di andata e ritorno necessari, correndo come una trottola e diventando isterica.

I conseguenti litigi avevano questa dinamica: “tu sei inaffidabile, non si può rischiare di lasciare in palestra un figlio, sommo bene, meravigliosa e fragile creatura affidata alle nostre assidue cure” contro “tu sei esagerata, se aspetta cinque minuti non muore e poi comunque ci arrivavo, io guido veloce”.

Sarebbe bello dirsi estranei al rischio, ma che i figli vengano branditi come armi tra i coniugi capita sovente anche nelle migliori famiglie. Magari sono solo sprazzi, che restano celati ai bambini, magari sono piatti che volano. Mi sento di dire che tardare un giorno per assumere l’antibiotico per un’otite non significhi attentare alla vita di un figlio, ma, considerando quanto male fa l’otite e quanto sia intollerabile al cuore di un genitore veder soffrire un figlio, la battaglia in casa Lecoq deve essere stata sanguinosa, da ambo le parti. Il biasimo per le modalità assunte è scontato, ma che la ripartizione delle incombenze domestiche e para domestiche sia un terreno di scontro molto serio è drammaticamente vero.

La Lecoq da ciò deduce che sia terribile come l’amore a volte spinga a derogare all’uguaglianza, infilando nella stessa frase due grossi errori: le conseguenze dell’amore non sono mai “terribili”, ma illuminanti e rivelatrici. La cosa terribile è scoprire d’improvviso che la propria scala di valori farlocchi regga come un castello di sabbia sotto le onde della realtà di sé stessi. E, per secondo, l’uguaglianza tra le persone, e quindi anche tra i sessi, non è un valore: lo è la parità, nella diversità delle proprie caratteristiche, possibilità, capacità e inclinazioni.

Non mi importa che laviamo i piatti una volta per uno, basta che tagli il prato sempre tu; io stiro i panni, tu imbianchi; io porto il figlio dal pediatra e tu la macchina a fare il tagliando.

L’uguaglianza è una semplificazione sciocca e superficiale. Ma la parità è una cosa seria e difficile a cui, questa volta sì, si rischia di derogare per amore, sia in senso passivo che attivo: subiamo per senso di colpa o infliggiamo per preteso diritto.

Anche casa mia è piena di calzini sparsi che non riesco in alcun modo a far raccogliere dai legittimi proprietari, se sto via da casa un giorno, la cartaccia di merendina sulla tavola alla mattina la ritrovo ancora alla sera, rimasta indenne a due apparecchiamenti e sparecchiamenti. Com’è possibile?

Filosoficamente c’è da risalire a monte della questione: qual è il posto giusto per la cartaccia? I miei figli direbbero “il tavolo” in tutta serenità. E qui si capisce che il problema non è l’inferiorità femminile in casa, bensì la sua superiorità: la visione organizzativa della vita dal punto di vista femminile è assunta come dogma dentro le mura domestiche. La donna decide qual è il modo giusto di tenere i panni nell’armadio, di disporre i soprammobili, di organizzare la dispensa, eccetera. Chi sgarra “non l’aiuta”, mentre magari semplicemente non condivide la regola, ma non riesce nemmeno a formulare l’obiezione in modo compiuto, ridiscutere la leadership femminile è fuori dall’orbita del possibile, e così la casa diventa il luogo del rimpallo dei sensi di colpa dove si è tutti aguzzini e nessuno vera vittima.

Il femminismo non vuole che la donna sia pari all’uomo, bensì che l’uomo sia come la donna, che voglia le stesse cose, che abbia lo stesso modo di decifrare la realtà, di organizzare tempi e spazi, di interpretare gli eventi, perché la donna è essere superiore, niente di ciò che pensa può essere sbagliato. E forse è pure vero, perché la donna ha, oltre ad un’indole organizzativa spiccia assai invasiva ma efficace, anche quell’istinto a servire per amore che è l’unico antidoto valido alla sua tendenza a comandare su tutto con l’autorità subdola del ricatto morale. Ci infervoriamo come pazze davanti alla cartaccia sul tavolo, lì da 12 ore, ma poi arriva un figlio trotterellando che ti stampa un bacio sulla guancia e ti chiede com’è andata la giornata, e la cartaccia finisce nel cestino silenziosa. Recrimineremo domani, o dopodomani, o anche mai, che è meglio.

L’amore che mitiga le pretese femminili in casa non è il dramma da combattere, ma la caratteristica da benedire, per il bene suo e di tutta la famiglia.

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