Francesco e l’omosessualità: il rompicapo di chi non capisce la Chiesa

Un giorno M. Bergoglio vuole chiamare il giovane Grassi alla lavagna, ma il nome Yayo proprio non gli veniva. «Mi ha strambamente dato il nome di “Obdulio”, un vecchissimo nome spagnolo passato di moda da almeno un secolo». Il futuro papa – questo il suo lato surrealista e sudamericano, amante delle costellazioni linguistiche – ha sempre amato inventare parole. “Funzionarismo”, “misericordiare”… Queste parole a Roma le chiamano “bergoglismi”, mezzi barbarismi, mezzi neologismi. Ma Obdulio, poi! «Tutta la classe era scoppiata a ridere, e lui non mi avrebbe mai più chiamato diversamente». Questo nomignolo, questa voce in sordina, era dopo mezzo secolo dall’altro lato del filo: nessun dubbio, era il prof., Jorge-Francesco.

Il mantra pontificio

«Padre Bergoglio ha conservato una memoria da uomo politico», nota Yayo pieno di ammirazione. E lui dei ricordi da groupie. A 69 anni non ha scordato niente della pedagogia da apostolo in missione del gesuita dell’Immacolata Concezione. Bergoglio faceva proiettare per i suoi alunni Il settimo sigilloLa fontana, di Ingmar Bergman. Metteva in scena pièces teatrali, anche quando – un unicum in un liceo gesuitico – vi comparivano ruoli femminili. Egli trasmetteva loro il suo entusiasmo per gli autori Julio Cortazar, Ernesto Sabato e anche Jorge Luis Borges, che lo aveva portato a «infliggersi otto ore di autobus e 500 chilometri» per una lezione a Santa Fe. «Quell’uomo già avanti con gli anni e quasi cieco… me ne ricorderò sempre», racconta Yayo Grassi.

Il maestro e l’alunno si perdono di vista per il periodo della dittatura, perché nel 1978 Yayo emigra negli Stati Uniti. Nel 2008, alla morte di sua madre riprende contatto col suo professore gesuita, che nel frattempo è stato consacrato arcivescovo di Buenos Aires e poi creato cardinale. Il loro ritrovamento ha luogo nell’episcopio, accanto alla cattedrale. Il giovane sessantenne e il già settuagenario si scambiano i ricordi e commentano l’attualità politica. Cristina Kirchner è appena succeduta al marito alla presidenza della Repubblica e sogna di legalizzare il matrimonio omosessuale, una sfida per un paese al 75% cattolico. L’ex alunno non ha bisogno di evocare la propria sessualità, il cardinale ha compreso. «Yayo, c’è la mia posizione di uomo e la mia posizione di pastore della Chiesa – glissa con voce dolce –. Tu sei gay e vieni verso di me: chi sono io per giudicare?». È un segreto: quel giorno lì, nell’episcopio di Buenos Aires, il futuro papa ha offerto al suo ex alunno una frase che, poco dopo la sua elezione, avrebbe fatto il giro del mondo.

Eccoci cinque anni più tardi, nell’estate del 2013. A bordo dell’aereo che lo riporta dal Brasile a Roma, il papa risponde alle domande della stampa: un esercizio che gli si addice nettamente meno che a Giovanni Paolo II, uno dei suoi predecessori. Un giornalista lo interpella sull’esistenza di una “lobby” omosessuale in Vaticano. Con l’abilità di un trapezista della dialettica, Francesco replica con un’altra domanda. «Se una persona è omosessuale e cerca il Signore e ha buona volontà… chi sono io per giudicare?».

Per i gesuiti non è che una variante del “Discorso della montagna”. Matteo 7, 1: «Non giudicate per non essere giudicati». Per gli altri, la formula è la marca di un papa gay friendly. Yayo, per esempio, è al settimo cielo. Cominciava effettivamente a dubitare della sincerità del suo ex professore di teatro. Nel 2010, due anni dopo il loro incontro nell’episcopio di Buenos Aires, aveva letto nel quotidiano argentino conservatore La Nación che il cardinale qualificava la difesa del matrimonio omosessuale di “guerra contro Dio”. In una lettera inviata a una congregazione carmelitana, qualificava la futura legge anche di “disegno del demonio”. Queste parole avevano fulminato l’ex alunno del papa. «Per me quella legge era molto importante. Non capivo».

Da due anni avevano preso l’abitudine di scriversi delle mail da Washington a Buenos Aires.

Alla mia mail, M. Bergoglio aveva risposto che era desolato di aver ferito un amico – prosegue Grassi –. E mi spiegava che i media avevano deformato la sua dichiarazione, che non c’era posto per l’omofobia nel suo lavoro pastorale e che non intendeva impegolarsi in un dibattito su un testo civile e non religioso.

Rassicurato, Yayo ha continuato a corrispondere col gesuita, anche quando la casella divenne quella del Vaticano, dopo il 2013. Fino a quel giorno del settembre 2015, quando un nuovo “numero sconosciuto” comparve sullo schermo del suo cellulare: «Obdulio, dobbiamo trovare un momento per vederci durante il mio viaggio negli Stati Uniti!».

I commentatori hanno il capogiro

L’incontro è fissato il 23 settembre, l’indomani dell’arrivo del Papa a Washington, dove deve recarsi alla Casa Bianca e poi davanti al Congresso. Obdulio arriva all’ambasciata con diverse amiche e col suo compagno del momento, un indonesiano di 19 anni. Francesco riconosce il giovanotto: la coppia era già andata qualche mese prima a Roma, in piazza San Pietro. Scambi di battute, di regali – Yayo gli offre un libro di poesie brasiliane e un documentario, Landfill Harmonic, la storia di un’orchestra messa su da bambini paraguaiani con degli strumenti recuperati in una discarica. Un’amica filma gli scambi del piccolo gruppo in uno dei saloni.

Due giorni più tardi, quando il papa non ha ancora lasciato la capitale americana, scoppia un primo scandalo. L’accoglienza ufficiale organizzata dal nunzio a Washington fa polemica. A dirigerla mons. Carlo Maria Viganò, un italiano la cui carriera si dispiega tutta nella diplomazia pontificia, uno che preferisce agire nell’ombra piuttosto che parlare a viso scoperto [sic!]. Francesco non dà più la fiducia di Benedetto XVI a quest’ometto solitario e irascibile. Come tanti altri nella Santa Sede, Viganò rilascia affermazioni che flirtano con l’omofobia, ma lui sembra particolarmente obnubilato dalla questione gay. È lui che stila quelle poche decine di nomi della lista degli invitati alla festa organizzata in nunziatura per quel 25 settembre 2015.

Tra gli invitati figura Kim Davis, una funzionaria pentecostale, di mestiere impiegata, venuta dal Kentucky – nel mideast degli Stati Uniti. Nello spazio di un’estate, questa donna con gli occhiali e i capelli corti è divenuta l’egeria degli anti-matrimonio gay e della “resistenza” religiosa alle riforme sociali di Barack Obama. Ha rifiutato di rilasciare certificati di matrimonio a delle coppie dello stesso sesso, le cui unioni erano tuttavia autorizzate dalla Corte Suprema, e per questo ha passato sei giorni in prigione. L’ufficio stampa della Santa Sede spiega che quel giorno Francesco la salutò senza conoscerla. I siti americani ultraconservatori assicurano invece che l’avrebbe «ringraziata del suo coraggio» prima di offrirle un abbraccio e la corona del rosario.

La polemica diventa così viva che il Vaticano – fatto non comune – pubblica un comunicato come solo lì se ne sanno stilare. L’abbraccio con la signora Davis, «membro degli Apostolic Christian (una comunità evangelica, dunque non cattolica), non deve essere interpretato «come una forma di sostegno» del santo padre alla sua persona. Una seconda parte del comunicato è dedicato – senza nominarlo – a Yayo Grassi. Dopo l’emozione suscitata dall’incontro in nunziatura, alcune immagini dell’incontro della sera prima, in ambasciata, sono state postate sui social network («senza la mia autorizzazione», assicura oggi Yayo). Gli ultraconservatori americani e gli avversari del matrimonio omosessuale vanno a nozze sulla foto del papa che posa di fianco alla coppia.

«Non ho incontrato il papa per ragioni militanti o politiche, avevo un appuntamento con un amico e con un professore che ammiro, e lui aveva appuntamento con me, non con una coppia», sospira Yayo Grassi, sempre sbalordito dal tornado che allora si abbatté su di lui. Tra l’abbraccio a Kim Davis e la stretta con questo vecchio amico, i cattolici, da parte loro, si trovano smarriti. A chi credere? Che pensare? Stampa e commentatori hanno il capogiro. Dalla sua elezione, il santo padre pratica effettivamente un gran bel numero da equilibrista. A seconda del contesto o dell’interlocutore, il giorno o l’ora, sembra mutare d’avviso.

Francesco non ha mai dimenticato l’incendio innescato da Giovanni Paolo II, nel 1989, quando aveva giudicato l’uso del preservativo «una ferita alla dignità umana». All’inizio del suo pontificato tenta di uscire dalla trappola mediatica che da trent’anni offusca i messaggi dei papi: quello della morale sessuale. «Francesco evita l’argomento perché sa bene come nessuno oggi diventi cristiano per queste ragioni», spiega Erwan Le Morhedec, alias Koz, un avvocato di diritto societario cattolico che tiene un blog e una rubrica nel settimanale La Vie. Ma quando scoppia lo scandalo della pedofilia, o quando l’omosessualità s’infila nel dibattito, è difficile tacere. Un giorno il papa si proibisce di “giudicare”. Un altro raccomanda di ricorrere alla “psichiatria” quando un bambino presenta «delle tendenze omosessuali». La frase, estratta da una dichiarazione più sfumata e isolata dalla stampa, è di nuovo causa di scandali.

«L’attitudine del papa di fronte alla questione dell’omosessualità è senza dubbio quella che rivela di più la complessità della sua personalità», ritiene il filosofo e specialista di teologia politica Nicolas Tenaillon, autore di un appassionante saggio dal titolo “Dans la tête du pape François” [“Nella testa di papa Francesco”, N.d.T.] (Actes Sud, 2017). Il professore all’Università Cattolica di Lille aggiunge:

Da una parte c’è la sua esperienza a Buenos Aires, l’ascolto sincero di quelli che vivono una sensibilità sessuale e ne soffrono; dall’altra il rispetto di una lunga formazione gesuitica e lo scrupolo di pensare le pratiche umane a partire dalla norma della Chiesa cattolica, la cui legittimità non è per lui oggetto di alcun dubbio. Questo insegnamento lo invita a pronunciare parole dure e spesso giudicate d’altri tempi.

La faccia da cattive notizie

«“Chi sono io per giudicare” è la parola d’ordine del segmento-rompicapo del pontificato», ritiene Henri Tincq, a lungo giornalista incaricato delle religioni a Le Monde.

La Chiesa aveva passato duecento anni a condannare. Anche Paolo VI, che veniva chiamato “Amleto” da come cambiava d’avviso tutti i giorni, restava portatore di verità.

La storia del papa e dei gay assomiglia però a un malinteso.

In effetti – riflette il padre domenicano Laurent Lemoine – Francesco va lontano tanto quanto può, con gli occhiali della sua generazione e quel programma che è il suo. Pratica questa versione moderna della misericordia che egli chiama “inclusione” (non escludere alcuno, includere tutti) e che dal 2015 fa schiumare i suoi nemici ultraconservatori.

Quell’anno segna un tornante nella storia del pontificato. «I nemici di Francesco si sono levati in massa appropriandosi del tema dell’omosessualità», prosegue lo psicanalista ed ex editore cattolico.

La diplomazia francese non ignora la linea del fronte. All’inizio dell’anno 2015, appunto, eccola presa al laccio di un’improbabile matassa. Da qualche mese il Quai d’Orsay ha avvertito l’Eliseo che l’ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, Bruno Joubert, sarebbe partito in primavera per la Corte dei Conti a Parigi. Il suo posto a Roma è il miraggio di più di un diplomatico. Col suo ombroso parco nel cuore della capitale italiana – Villa Bonaparte, a due passi da Villa Borghese – la sede è ancora più gradevole di palazzo Farnese, sede dell’ambasciata di Francia [in Italia]. Il lavoro, soprattutto, è appassionante. La diplomazia vaticana, una delle meglio informate al mondo, permette all’ambasciatore di Francia presso la Santa Sede di far pervenire a Parigi preziose informazioni.

Tra i candidati, Laurent Stefanini, 55 anni, capo di Protocollo all’Eliseo. Uomo colto, cortese e riservato, conosce i dedali e i tranelli del Vaticano: sotto il pontificato di Giovanni Paolo II era stato il numero due dell’ambasciatore Pierre Morel a Villa Bonaparte, dal 2001 al 2005, e ha lasciato in loco un ricordo eccellente. Sa di poter contare sul sostegno di più cardinali: Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione e primo alleato di papa Francesco in Francia, e anche dell’arcivescovo di Parigi, André Vingt-Trois, un solitario che ordinariamente detesta impegolarsi negli affari romani. Il signor Stefanini può soprattutto far leva sul cardinale Jean-Louis Tauran, l’uomo che ha annunciato l’elezione di papa Francesco dal balcone di San Pietro il 13 marzo 2013, malgrado il suo Parkinson.

Il 5 gennaio 2015, antivigilia dell’attentato islamista contro la redazione del settimanale Charlie Hebdo, in sede di consiglio dei ministri, François Hollande nomina il suo capo di Protocollo ambasciatore di Francia presso la Santa Sede. Non appena il nunzio apostolico a Parigi, Luigi Ventura, avrà redatto il suo rapporto sul candidato del presidente francese, e la Santa Sede avrà espresso il suo gradimento, la Gazzetta ufficiale avrebbe pubblicato l’atto di nomina. A seguito delle voci che seguono il consiglio, alcuni mandano già le felicitazioni al capo del protocollo dell’Eliseo per il suo bell’avvenire romano.

I giorni passano. Poi un mese, due, tre. Il rapporto del nunzio è giunto al papa ma la benedizione della Santa Sede si fa terribilmente attendere. Peggio: un’eco riportata dal settimanale Valeurs actuelles, poi un articolo nel Canard enchaîné, il 1o aprile 2015, spiegano che l’omosessualità del futuro ambasciatore, sebbene mai ostentata, porrebbe problemi ad alcuni. Chi? Dei gelosi? Degli ultraconservatori? Il papa stesso?

Dal suo passaggio a Villa Bonaparte, tra il 2001 e il 2005, Laurent Stefanini ha serbato una perfetta conoscenza degli arcani della curia romana. Per comprendere quello che si agita dietro le quinte organizza qualche visita. Va a trovare il cardinal Tauran (morto quest’estate), rende visita al suo “compatriota” corso, il cardinale Dominique Mamberti, prima di essere ricevuto dal sostituto per gli affari generali della segreteria di Stato della Santa Sede (il ministro dell’interno del Vaticano), il sardo Angelo Becciu in persona. Intrattenendosi con quest’ultimo, il 17 aprile 2015, egli comprende che il dossier è altamente infiammabile e che il papa l’ha preso personalmente in mano. «Il Santo Padre vorrebbe vederla stasera», gli annuncia in effetti mons. Becciu.

Laurent Stefanini si presenta alle 19 all’accoglienza di casa Santa Marta, la residenza posta nel cuore del Vaticano dove Francesco ha scelto di vivere. Questo appuntamento improvviso ha qualcosa dell’imboscata e lui lo sa. Capisce che si sta giocando il posto e una parte di carriera, mentre pazienta nel salone di cui il papa ha fatto la propria anticamera, sotto al quadro di Maria che scioglie i nodi, tanto caro al romano pontefice. Stefanini si ricorda, per rassicurarsi, che stando alle ultime voci di curi, Francesco avrebbe condannato gli “sporchi trucchi”. Che questa volta egli possa disinnescare gli eventuali complotti, e che la Vergine al muro voglia sbrogliare questa matassa diplomatica…

È il ricordo della dittatura argentina, che piazzava spie nelle chiese e marcava a uomo i preti? Per questo incontro senza testimoni il papa non ha voluto interpreti. Si siede di fronte al suo ospite francese, col viso cupo e la faccia da cattive notizie – quella che sfoggiava al primo incontro con François Hollande o, parecchio tempo dopo, con Donald Trump. Il pretendente al posto di ambasciatore presso la Santa Sede si arma di coraggio e chiede a Francesco di recitare il Padre Nostro. «Padre Nostro che sei nei cieli…» Il papa lo dice in italiano, mentre l’ospite prega in francese.

Una preghiera a san Giuseppe

Per quaranta minuti i due uomini passano da una lingua all’altra e da un argomento all’altro. Laurent Stefanini comincia col dettagliare al papa il suo percorso. Il diplomatico precisa poi di essere battezzato e “confermato”, poi alla fine evoca, nella glaciale bellezza dell’ammezzato di Santa Marta, la propria omosessualità. Di nuovo il papa lancia la propria formula, un vero mantra, la firma del pontificato: «Chi sono io per giudicare?». Si distende poi mentre Stefanini evoca i preparativi della COP21, la conferenza internazionale sul clima che deve tenersi a Parigi nell’inverno seguente – proprio in quel momento il papa è impegnato nella preparazione della sua enciclica sull’ecologia.

Per chiudere l’incontro, il romano pontefice suggerisce al suo ospite di pregare san Giuseppe, «capace di rendere possibili le cose impossibili» e di alleviare «i momenti di tristezza e difficoltà», recita il testo impresso sul dorso dell’immaginetta che offre al diplomatico la sera di quel 17 aprile 2015 nel salone di santa Marta. «Una preghiera di umiltà», chiosa il papa un tantino enigmatico.

Mi sono inginocchiato – racconta Laurent Stefanini –. Mi ha benedetto, ho infilato l’immagine nella mia tasca e ancora oggi sta nel mio messale, sulla mia scrivania: mi ha stretto nelle braccia e sono andato via.

Quando lascia Santa Marta, quella sera, la notte è ormai calata e la piazza vicina è deserta e silenziosa, i sampietrini brillano.

Ho camminato venti metri sul marciapiede che ospita la stazione di servizio. La gendarmeria pontificia era vuota. Come avrei ritrovato la vettura dell’ambasciata che mi aveva portato?, non so perché mi sono girato. Francesco era sempre sulla soglia d’ingresso. Mi ha fatto un gentile sorriso e un cenno con la mano. Mi ha scaldato il cuore e mi sono detto: «È andata benissimo, adesso dirà ai servizi che non c’è motivo di non prendermi».

Ma il gradimento non è mai arrivato a Parigi. Laurent Stefanini è oggi ambasciatore di Francia presso l’Unesco. Ancora oggi non capisce che cosa il papa aveva in testa, quel venerdì di primavera del 2015.

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