Uova e razzismo: non possiamo chiudere un (altro) occhio

Daisy Osakue. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Il caso di lanciatori di uova razzisti/e (i lanciatori o le uova, chi lo sa) è finito in una risata sbellicante, e meno male, perché, a parte gli scherzi, è sempre un gran sollievo fugare timori, di qualunque natura essi siano, e senz’altro lo spauracchio del razzismo non è piacevole da mantenere in casa.

Quindi, suppongo, tutti coloro che nell’ultima settimana si sono sbracciati agitando la minaccia razzista, la deriva di odio anti-straniero che invaderebbe il nostro paese, oggi dovrebbero rallegrarsi assai più di coloro che da subito hanno preso l’evento per ciò che di fatto si è rivelato: un gesto stupido e superficiale.

Invece i profeti antirazzisti di sventure non sembrano per niente sollevati, anzi, paiono proprio dispiaciuti. Viene da pensare che il razzismo, anziché temerlo, lo auspichino. Ma sarò io che penso sempre male.

La vicenda in sé, al di là del polverone mediatico ingiustificato, è comunque di una tristezza intrinseca grave: 3 giovani italiani di Torino, senza nessun problema apparente, avvinti dalla noia estiva, si inventano il giochetto del tiro al bersaglio su vittime a casaccio, lanciando uova dal finestrino dell’auto. Un giochino stupido, vigliacco, creduto innocuo. Vengono imbrattati due anziani, una signora e, ahinoi, l’atleta azzurra di colore (scusate il gioco di parole) Daisy Osakue, la quale, forse per l’abitudine alla frequentazione dei circoletti PD, dove insegnano il vittimismo come modus operandi usuale, ha pensato subito di non limitarsi a denunciare il fatto (che per lei ha avuto conseguenze più gravi del previsto), ma di cavalcare la sfortuna gridando alla discriminazione razziale, di fatto considerando le precedenti vittime ininfluenti, inesistenti o assurdamente funzionali solo a coprire il movente vero del gesto contro di lei. Una follia vaneggiante.

I tre prodi lanciatori, dopo tutto il polverone sollevato dai giornali, si sono ravveduti? Hanno compreso che la goliardata poteva avere conseguenze assai più gravi di un imbrattamento di abiti? Macché: hanno continuato! In casa commentavano le news fingendosi indignati per l’atto razzista. L’apoteosi.

Uno dei padri, consigliere del PD, nonché padrone dell’auto usata per le scorribande, ha commentato sconsolato: «Anche i figli dei consiglieri comunali del Pd fanno delle cavolate. Da padre mi chiedo dove ho sbagliato…».

Quando senti di certi episodi, non pensi mai che tuo figlio sia coinvolto – aggiunge –. Mi dispiace per quello che è accaduto. Mi chiedo dove ho sbagliato. Ora lui e i suoi amici, che vorrebbero chiedere scusa a Daisy, se ne assumeranno le responsabilità… e spero che il loro sbaglio possa indurre altri ragazzi a non cadere nello stesso errore.

Non mi sembra il caso di infierire su quest’uomo, si sa che i figli un bel po’ apprendono dai genitori, ma ci mettono sempre una fetta del loro in modo imprevedibile.

Certo dispiace rilevare come, ancora una volta, si parli solo di Daisy e non anche delle altre vittime: perché i ragazzi non pensano di chiedere scusa anche a loro?

Tra l’altro, se da un lato abbiamo un giornalismo mondialista che adora i falsi allarmi, dall’altra non mancano quelli che rispondono colpo su colpo, andando a dossierare con cattiveria per rendere pan per focaccia. E così della povera vittima abbiamo scoperto, grazie a Laura Tecce, che il padre nel 2007 è stato condannato in primo grado a 5 anni e 4 mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso, tentata rapina e spaccio di droga. Nelle ultime ore faceva lo scandalizzato sui social, minacciando di andarsene dall’Italia, paese razzista. La madre non è da meno: pure lei coinvolta nella gang di sfruttamento della prostituzione di donne di colore fatte entrare in Italia clandestinamente, è ora una militante di Libera, l’associazione di don Ciotti. Iredia Osakue al momento è titolare di un centro pratiche per immigrati nonché mediatore culturale in una cooperativa (rossa) che gestisce l’accoglienza. In famiglia tutti tesserati PD.

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