McMahon e Nichols infieriscono su Alfie: la Chiesa ha un problema

E proseguiva, Nichols:

Credo anche che la cosa più difficile sia stato agire nel best interest del bambino, che non corrisponde sempre al desiderio dei genitori. La più difficile in assoluto. Perciò la corte non deve giudicare ciò che è meglio per i genitori, bensì ciò che è meglio per il bambino. Perseverare con terapie inefficaci e ostinate non è nel best interest del bambino, se nell’opinione medica c’è consenso sul fatto che non apporti alcun aiuto.

Credo davvero che tutto il possibile sia stato fatto per aiutare Alfie. Nonostante la grande tristezza e il dolore, mi rallegro che alla fine i suoi genitori siano giunti ad un accordo con l’ospedale, e all’armonia.

Con questa vergognosa dichiarazione prona alla sentenza mortifera di Hayden il Cardinale si mostra reo del sangue del piccolo Alfie: come l’esautorazione statalista della potestà genitoriale (quando essa non manifesta segni incongrui) si concili con la dottrina sociale della Chiesa è questione che il Cardinale dovrebbe spiegare. Ma coram Sanctissimo, in un processo davanti al Papa. E questa sciagurata confusione viene sostenuta con la colpevole menzogna, ancora una volta, del consenso della comunità scientifica riguardo al destino inevitabile di Alfie Evans: non solo il professor Nikolaus Haas, che Hayden aveva interpellato mesi fa perché esprimesse un parere medico sul piccolo, è tornato a vibrare la sua voce sdegnata per il rigurgito nazista del sistema britannico; ma da parte di autorevoli genetisti come Angelo Selicorni è stato opportunamente osservato che l’inaspettata resistenza di Alfie dopo l’estubazione «pone qualche dubbio sulla “terminalità” del suo stato».

E che questo facesse problema all’ospedale si era capito, ma che tale orrore dovesse avvenire con la protezione del pastorale arcivescovile e sotto il velo di una porpora romana è cosa che grida vendetta al cospetto di Dio. Lanciato in un’escalation di paternalismo, Nichols ha poi risposto a una domanda sul discernimento dell’accanimento terapeutico e circa suggerimenti da attuare per evitare simili casi per l’avvenire:

Si tratta di casi molto difficili. Papa Francesco ha scritto un messaggio alla Pontificia Accademia della Vita, indicando la saggezza come ciò di cui abbiamo bisogno. Una saggezza che ci consenta di prendere decisioni grazie alle informazioni nella maggior completezza. Nelle ultime settimane, diverse persone hanno assunto posizioni su Alfie, ma senza conoscere prima queste informazioni. Costoro non hanno reso un servizio al supremo bene del bambino. Purtroppo, ci sono stati anche coloro che hanno strumentalizzato questa situazione a fini politici

A molti si sono spezzati i cuori, eppure in situazioni del genere dobbiamo anche essere in grado di agire in modo sobrio, senza emozioni.

L’insulto finale: quelli che hanno impegnato tempo, professionalità, energie, preghiere e lacrime per sostenere i diritti di Alfie e della sua famiglia non avevano capito niente. Sapiente e longanime nel discernimento, invece, dovrebbe essere la sua scellerata copertura ai crimini dell’Alder Hey Hospital! Ciò che è accaduto in quel luogo poco prima che Alfie morisse è stato invece ricostruito da Benedetta Frigerio, che a differenza di McMahon e di Nichols (e di tutti i preti del Regno Unito, con l’eccezione del solo padre Gabriele!) è sempre stata ed è tuttora in stretto contatto con la famiglia Evans:

Alfie una volta rimossa la ventilazione ha subìto un trattamento tremendo.Essendo che i suoi polmoni erano abituati a dilatarsi meccanicamente, i medici avrebbero dovuto “svezzarlo” per non provocarne la morte immediata. Cosa che comunque non si è verificata anche se dopo lo stop delle macchine il piccolo aveva contratto un’infezione polmonare.

Per questo Alfie, come aveva spiegato a Thomas un medico italiano con cui era in contatto, avrebbe avuto bisogno di una terapia antibiotica immediata che gli è stata negata. Eppure, nonostante tutto questo, il piccolo ha respirato comunque senza alcun aiuto per ore, dato che medici gli avevano negato anche la mascherina necessaria ad aiutare la sua respirazione comunque autonoma.

Perciò, la sera di lunedì 23 aprile, dopo la rimozione della ventilazione alle 22.15 italiane, Thomas ha lanciato un appello chiedendo che qualcuno portasse dell’ossigeno in ospedale, ma la barriera di polizia all’entrata ha impedito qualsiasi intervento esterno. A quel punto uno dei legali della famiglia, Pavel Stroilov, è corso all’Alder Hey Hospital chiamato da Thomas. Mentre Stroilov entrava hanno cercato di seguirlo altre sei persone, una con la mascherina in mano che ha provato ad entrare con lui senza successo. Questa ha però pensato bene di lanciare la mascherina sopra la testa degli agenti, permettendo al legale di portarla ai genitori di Alfie. A quel punto il piccolo, che aveva già dimostrato una stazza da leone, smentendo l’avvocato dell’ospedale, Michael Mylonas, che in udienza aveva rassicurato il giudice Hayden sul fatto che la morte di Alfie sarebbe stata immediata alla rimozione della ventilazione, è stato aiutato a respirare.

Ma, ancora una volta, i medici hanno provato a privare il bambino anche della mascherina, con la scusa che non proveniva dall’Alder Hey. E per ben due volte hanno dato ordini di staccarla, finché Thomas non ha minacciato una denuncia, visto che il protocollo di morte approvato dal giudice Hayden non parlava né di privazione dell’ossigeno né di sospensione della nutrizione. Per la stessa ragione Thomas ha ottenuto che il piccolo, privato della nutrizione per ben 36 ore fosse alimentato. Sì, Alfie è rimasto senza cibo per 36 ore, un tempo lunghissimo per un bambino così piccolo, il cui cuore aveva già sostenuto uno sforzo enorme dopo la rimozione violenta della ventilazione senza svezzamento.

Inoltre, quando poi l’alimentazione è stata fornita era comunque a livelli minimi. Il bambino è vissuto minacciato dai medici e difeso dai suoi genitori per 4 giorni, aprendo di tanto in tanto gli occhi, reagendo. Così, per silenziare la stampa l’ospedale ha promesso a Thomas più ossigeno e più sostegni vitali. Due ore prima di morire la saturazione dell’ossigeno era a 98 e i battiti di Alfie erano a 160, tanto che Thomas era convinto che lo avrebbero lasciato andare presto a casa (così gli aveva detto l’amministrazione ospedaliera nel pomeriggio di venerdì). Prima di morire, mentre Thomas era uscito un istante, lasciando Kate in dormiveglia e un altro familiare in stanza, un’infermiera è entrata e ha spiegato che avrebbe dato al bimbo quattro farmaci (non si sa quali) per curarlo. Dopo circa 30 minuti la saturazione è scesa a 15. Due ore dopo Alfie era morto.

Il clero del Regno Unito, dunque – e nelle sue massime espressioni gerarchiche –, ha distorto e irriso le parole di Papa Francesco analogamente a come i medici hanno fatto per la persona fisica di Mariella Enoc e i giudici per la stessa autorità del Romano Pontefice.

Card. Pietro Parolin, Secretary os State of His Holiness the Pope, during his speech at the International Symposium: Prospects for a World Free from Nuclear Weapons and for Integral Disarmament, at the New Synod Hall in the Vatican 10 November 2017. ANSAMAURIZIO BRAMBATTI

Mi ha dato un’enorme tristezza: di fronte a una disponibilità manifestata apertamente, molte volte e con grande impegno di mezzi – i medici del nostro ospedale Bambino Gesù sono andati per tre volte a Liverpool – c’è stato il rifiuto di permettere che Alfie fosse portato in Italia. È incomprensibile. È stato il punto che mi ha più colpito, scosso. Non riesco a capirne la ragione. O forse c’è, ed è una logica terribile. Da parte del Papa e della Santa Sede si è cercato di fare tutto ciò che era possibile per aiutare la famiglia e assicurare al bambino un accompagnamento nel decorso della sua malattia, nonostante la prognosi infausta.

Così il cardinale Parolin rispondeva alla domanda di Andrea Tornielli per La Stampa: «Che cosa pensa del caso del piccolo Alfie Evans?». E all’incalzare del giornalista riprendeva:

In queste situazioni tutti gridano, cercando di tirare acqua al loro mulino. Ora che il caso è chiuso e i media lo dimenticheranno in fretta, ci sarebbe bisogno di riflettere pacatamente. Questi casi si ripresenteranno. Tutti insieme, a partire da punti di vista diversi, però anche con il contributo dei credenti, dovremmo cercare di dare una risposta veramente umana a queste situazioni, fondata sull’amore alla persona, sul rispetto della sua dignità e della sua irripetibilità. Speriamo che sia possibile farlo e che non si chiuda l’argomento senza pensarci più, pronti ad azzuffarci di nuovo al prossimo caso.

Ecco, di questo (fra l’altro) dovrebbero rispondere McMahon, Nichols e gli altri: di star amplificando uno storytelling normalizzante volto precisamente a insabbiare la vicenda. Parolin glissa tra le sue sottili considerazioni un riferimento a «una logica terribile» – è l’affermazione di aver capito quale mostruoso gorgo di soldi e sangue abbia prevaricato la famiglia Evans.

Così ieri Padre Miranda veniva intervistato per Vatican News mentre su La Croix International Robert Mickens amplificava la versione dei prolife cattivi che hanno sfruttato (verbatim!) il caso di Alfie Evans per i loro biechi interessi.

È davvero difficile rispondere a tanta spudorata malafede: forse in costoro gioca un ruolo anche il senso di colpa di quanti «hanno rinnegato il santo e il giusto» (At 3,14) e ora si fanno scrupolo di come investire il “denaro di sangue” che hanno incassato (cf. Mt 27,6-10). Si ricordino costoro, mentre baciano l’altare del Signore prima di celebrarne i misteri, che l’altare rappresenta misticamente Cristo… e riflettano su quel bacio e su ciò che li attende. Noi avremmo ancora cose da dire, sulla corruzione avanzata della Chiesa cattolica in Inghilterra (ci si ricordi dell’Irlanda: non è che gli scandali si diano dalla sera alla mattina come funghi…), ma per ora ci limitiamo a osservare come sia stato questo bambino “futile”, che «ancora non parla e già confessa Cristo» (Quodvultdeus, Secondo discorso sul Simbolo), ad affermare la potenza di Dio, che è la parola della Croce (1Cor 1,25), contro i suoi nemici (cf. Ps 8,3).

La Chiesa Cattolica in Inghilterra è stata tra i principali responsabili del barbaro infanticidio di Alfie Evans, e nessuna untuosa intervista cancellerà tale consapevolezza. La Chiesa Cattolica in Inghilterra ha un problema enorme, forse presente fin dalla sua fondazione: il diritto della persona umana non sembra esservisi mai affermato (non è “solo” per il “caso umano” di Alfie Evans che Jean Pierre Casey, nipote del filosofo tedesco antinazista Von Hildebrand afferma – e in una lettera aperta ai Vescovi – che si vergogna di essere britannico). Oggi tutto il sistema ha traballato mentre stritolava un Innocente: è nostro dovere intervenire perché tale sistema venga urgentemente smantellato.

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3 risposte a “McMahon e Nichols infieriscono su Alfie: la Chiesa ha un problema”

  1. Ottimo articolo! Nel 1534 tutti i vescovi inglesi, escluso uno, si piegarono al volere del re sottraendosi all’obbedienza al papa. La storia si ripete!

  2. Tra l’altro in perfetto spregio dell’Amoris Lætitia che esorta, invita e spinge alla pastorale familiare. Questi padri, per cui non bisogna smettere di pregare e di far pregare, non solo hanno cooperato in certo qual modo all’omicidio di Alfie ma hanno calpestato la famiglia di Alfie. Scaricata ad arte come la peggior luciferina mossa di Caino.

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