Matteo Salvini tra vangeli, rosarî… e bordelli

La resa di Mirandola a papa Giulio II (Olio su tela di Raffaello Tancredi, 1890). Da Wikipedia.

Resta l’argomento della tolleranza della prostituzione da parte dei papi. Un argomento irrilevante, come se bastasse appellarsi al comportamento di una fonte autorevole (ad auctoritatem) per giustificare una determinata prassi. Ma è del tutto irrilevante che i papi tollerassero il meretricio nell’esercizio del governo temporale. Sarebbe un guaio se l’ortodossia cattolica si misurasse col metro della prassi papalina o della legislazione pontificia dei secoli passati. Dovremmo forse argomentare a favore della pena di morte a causa delle esecuzioni capitali praticate nello Stato Pontificio? Per la cronaca: l’ultima condanna a morte fu eseguita nel 1870; la pena di morte nello Stato della Città del Vaticano rimase legale fino al 1969, venne rimossa completamente nel 2001 per volontà di Giovanni Paolo II.

Allo stesso modo non vale a giustificare l’espansionismo militare o la teocrazia l’esempio di Giulio II, papa rinascimentale passato alla storia come il «papa guerriero» o il «papa terribile», che si comportò più spesso da militare che da uomo di Dio. Tra le altre cose ingaggiò guerre coi signori locali conquistando Perugia e Bologna.

Ma soprattutto, come vedremo, il regolamentarismo è stato smentito da una plurisecolare esperienza, della quale non si può non tenere conto.

La seconda corrente (abolizionista o proibizionista) ha i suoi maggiori rappresentanti nei teologi carmelitani conosciuti come Salmanticenses, cioè dell’antico collegio di Salamanca, e conta tra le sua fila quasi tutti i moralisti recenti.1Charles Chauvin, Les chrétiens et la prostitution, Cerf, Paris 1983 Il vero campione della corrente proibizionista però è un altro grande santo e dottore della Chiesa: s. Alfonso Maria de’ Liguori (1696 – 1787).

Come da abitudine, s. Alfonso non si lascia impressionare dai grandi nomi (allora, come s’è detto, ci si appellava all’autorità di s. Agostino e di s. Tommaso per argomentare a favore della tolleranza civile della prostituzione). Il santo napoletano si inchina solo davanti agli argomenti. E in questo caso li respinge con decisione.

Nella sua Theologia moralis (lib. III, n. 434) nel chiedersi se il meretricio sia permissibile («an permitti possint meretrices?») s. Alfonso menziona dapprima come argomento «probabile» quello che giustifica la tolleranza della prostituzione col timore che, una volta levato di mezzo il meretricio, non si diffondano peccati ancora peggiori («pejora peccata evenirent», cioè sodomia, bestialità, lascivia, oltre alla corruzione delle donne di buoni costumi).

Ma a questa opinione s. Alfonso, forte della lunga esperienza pastorale vissuta a Napoli insieme al discepolo e amico Gennaro Sarnelli, ne oppone una giudicata «practice probabilior» («in pratica più probabile»), rifiutando l’ipotesi del male minore. La prostituzione non è tollerabile, afferma il santo dottore, nemmeno al fine di evitare un presunto male maggiore.

I mali più gravi temuti da Agostino, da Tommaso e dagli altri, non si evitano tollerando le prostitute, al contrario, le passioni dei lussuriosi sono esasperate dalla compagnia facile e frequente di queste donne. Così, poiché il vizio si sviluppa con l’esercizio, essi continuano a commettere masturbazione e alte infamie, in ogni caso con le prostitute stesse. E non per questo si astengono dal provocare le donne oneste. Contrariamente a quanto si dice, la tolleranza della prostituzione accumula una molteplicità di altri mali: prostituzione delle ragazzine, anche ad opera di genitori venali, spreco di denaro, negligenza nello studio, moltiplicazione delle liti, disprezzo dei matrimoni onesti.

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1 Charles Chauvin, Les chrétiens et la prostitution, Cerf, Paris 1983

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