Tra il Congo e le #politiche2018: la #pace è cosa da uomini

Visti i fatti di ieri in Congo, forse acquistano un (ulteriore) valore alcune pagine di O capiamo o moriamo di Mario Adinolfi, che mi sembrano rappresentare a oggi un unicum quanto a sintesi di capacità di lettura di dati e fatti, riferimento al costante Magistero della Chiesa e lucidità nella proposta politica.

Far di conto è molto semplice: i cinque paesi più poveri del mondo sono nell’Africa subsahariana, insieme fanno trecento milioni di abitanti che vivono con meno di due dollari al giorno, non hanno accesso all’acqua potabile, hanno una mortalità infantile di un bambino su otto che non arriva ai cinque anni, un’aspettativa di vita media attorno ai quarant’anni. Queste nazioni sono il Congo, la Nigeria, il Burundi, la Repubblica Centrafricana e la Sierra Leone. Trecento milioni di disperati, i maschi adulti più forti affrontano un viaggio a piedi terrificante attraverso il deserto (alcuni con moglie e figli al seguito), chi sopravvive si  imbarca tendenzialmente in Libia e arriva tendenzialmente in Italia facendosi trasportare da negrieri senza scrupoli che hanno costruito un colossale business in collaborazione fino a  poche settimane fa con Ong compiacenti. Nel nostro paese i denari pubblici hanno irrorato poi a miliardate di euro (almeno cinque l’anno) le cosiddette “politiche di accoglienza” e la frittata è stata fatta. Tra i duecentomila e i trecentomila che sbarcheranno in Italia (alcuni in Spagna, altri in Grecia, ma la stragrande maggioranza in Italia) l’assoluta preponderanza sarà di persone che hanno retto il viaggio infernale: giovani maschi adulti.

[…] in Italia è difficile che incontriamo un migrante brasiliano o russo o indiano. Lo incontriamo nigeriano, congolese, della Sierra Leone: giovane, maschio, forte. Sapete chi è? Semplicemente è l’occasione di futuro che la Nigeria, il Congo, la Sierra Leone hanno. E che non hanno più se migra qui da noi. Incentivare le migrazioni da quei paesi equivale a garantire a quei paesi il tramonto della speranza. Prendersi cura dei poveri, accoglierli davvero, significa formarli ad una rinascita possibile. Bisogna andare nei paesi dell’Africa subsahariana e costruire infrastrutture e classe dirigente, non con una mentalità colonialista, ma davvero cristiana. La Nigeria è un paese potenzialmente ricchissimo, in Eritrea (altro paese poverissimo) abbiamo una tradizione di rapporti dovuti all’italianità passata, il Congo ha più di ottanta milioni di abitanti e dunque forza lavoro in abbondanza. Bisogna costruire una nuova stagione della cooperazione internazionale e assolutamente disincentivare l’immigrazione dei migliori verso l’Europa ripetendo con Benedetto XVI: “Prima  ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”.

Se vogliamo salvare quei paesi dalla povertà, evitiamo assolutamente di strappare loro i giovani maschi che possono costruire lì un futuro. Adottiamo il metodo australiano, quello noto per il video di un minuto in cui il generale incaricato dal governo dice che non ci sarà alcuna possibilità (“no way”) per l’immigrato clandestino che arriva illegalmente via mare  di fare dell’Australia la propria terra. Rifiutiamo nettamente il parallelo con l’Italia: è vero, il popolo italiano per tutto il Novecento si è caratterizzato come il popolo migrante per eccellenza. Ma andava verso dove c’era spazio (Stati Uniti d’America, Australia, Argentina) e lavoro (Germania, Svizzera, Austria, Belgio). Questi migranti economici arrivano in un’Italia dove non c’è né spazio né lavoro, dove mezzo paese è in mano alla criminalità organizzata e il quaranta per cento dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni non ha un’occupazione, non la cerca e manco studia per averla.

Non risolveremo mai il problema della povertà del mondo incentivando la migrazione dei poveri verso il  nostro paese o l’Europa.

Mario Adinolfi, O capiamo o moriamo, 105-106.109-111

L’ha detto e illustrato Avvenire, che di certo non lavora contro il Papa: la violenza politico-militare (e il relativo mercato bellico alimentato da giganti mondiali senza scrupoli) vige ed esercita pressioni sociali e civili anche in quei paesi che, ufficialmente, non si direbbero “in guerra”.

La consolazione, devo dirla, me l’ha data proprio stamattina lo stesso Adinolfi, che mentre mi augurava buon anno condivideva con me (alle 9:24) le prime bozze delle liste per le elezioni politiche che si terranno il prossimo 4 marzo: mentre un’invisibile orda di imbecilli aveva bruciato la notte nel far saltare campane del vetro in tutta Italia, e un’altra pletora di debosciati ancora giaceva riversa per gli stravizî di inutili riti apotropaici, qualcuno lavorava per il bene comune. Cioè per la vera pace. E allora c’è forse qualche motivo oggettivo per guardare con simpatia al neonato 2018: buon anno.

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1 Commento

  1. NON COMPRO PIÙ A SCATOLA CHIUSA

    Mi è sempre interessata la politica, in particolare la politica partecipata, non mi è mai piaciuto essere spettatore o critico esterno, ho sempre ritenuto giusto sporcarsi le mani e tentare di cambiare le cose. Oggi è ancora così, nonostante le delusioni, nonostante il nulla tangibile di tante persone che sembrava fossero intenzionate a rivoluzionare un sistema, oggi ritengo che il sistema sia ancora rivoluzionabile.
    Certo a differenza di quando ho iniziato, avevo 16 anni, le cose sono cambiate: la mia età, il panorama politico, la società, le scelte personali e molto altro, ma non è cambiato il modo con cui tanti politici si presentano o sono presentati, non è cambiato il loro pensiero sul popolino da gestire, non è cambiato il loro concepire la politica semplicemente in un modo antico da prima della prima repubblica.
    Quante promesse incompiute , quanti voltafaccia, quanto fumo negli occhi, pur di restare su uno scranno e fregiarsi di titoli vari senza aver concluso nulla di quello programmato. Ancora oggi qualcuno tenta di mostrare la bontà di questo o quel politico attribuendogli meriti o medaglie ancora non conquistate, vendendo progetti ancora incompiuti, che come sempre, all’atto pratico, non verranno presi in considerazione, sono decenni che è così.
    Qualcuno ancora tenta di mettere lucine e strass a vari ipotetici progetti risolutivi, presentandomi le sue soluzioni come le uniche e migliori, partendo da quei principi o valori non negoziabili che mi accomunano a tanta gente, ma proprio il modo come mi vengono manifestati questi progetti con alla base i valori sopra citati, mi fa pensare che per qualcuno siano più che negoziabili, anzi siano merce di scambio per ottenere un qualcosa di ibrido, siano un modo per tentare di orientare le coscienze e il pensiero di forze politiche che fin’ora di questi valori non si sono interessate, se non marginalmente. Ma per fare questo, per esercitare un azione di lobby, bisogna avere numeri consistenti e sicuri, ma ancor più dimostrabili, perché ai politici quelli servono e nulla più, le ultime votazioni sulla DAT hanno dimostrato che questi numeri non ci sono, i cristiani da tempo sono stati contati, non ci sono ora e non ci saranno dopo se si continua ad avere una rappresentanza conto terzi, cioè finché dovremo fidarci di Tizio o Caio speranzosi di un loro impegno sincero, magari incastonato in un programma partitico che deve essere inserito in un più ampio programma di coalizione, beh ho smesso di credere a babbo Natale da qualche anno e NON COMPRO PIÙ A SCATOLA CHIUSA.
    Ho scelto di portare avanti, insieme a migliaia di amici, il progetto Popolo della Famiglia, perché in tanti anni per la prima volta, una realtà politica si sposa con i miei valori e li mette al centro del suo programma, per la prima volta una realtà politica che mi rispecchia sceglie di camminare da sola nonostante le difficoltà che questo comporta, per la prima volta le richieste di una, anzi di due piazze, sono state prese integralmente e fatte diventare un programma, una proposta politica senza togliere il sapore della freschezza in cui erano nate.
    A chi mi contesta l’impossibilità che si realizzi questo progetto, contesto di mettersi ancora a servizio di vecchi partiti, a chi mi dice che bisogna essere in coalizione per dar forza alle nostre istanze, dico non mi rispecchio nelle coalizioni di csx o cdx che queste istanze hanno disatteso o affossato, a chi mi pone davanti il fantomatico voto utile, metto davanti la convinzione che il MIO VOTO UTILE È SOLO QUELLO CHE RISPECCHIA I MIEI VALORI che non sono negoziabili con programmi, idee o coalizioni varie.
    A chi mi dice che con Mario Adinolfi ho un capo o ancor peggio un padrone, dico che liberamente ho scelto di aderire al Popolo della Famiglia, nessuno mi ha obbligato e cosa ancor più importante non ho mai avuto problemi nell’affermare le mie idee sia pubblicamente che privatamente, e che, forse, non sono io ad avere un capo o un padrone ma che ce l’ha o ce l’avrà chi dovrà sottostare a logiche partitiche o a patti di coalizione, cioè quello che da anni succede nella politica.
    Da oggi la merce si vede prima poi si segue il pacco e si paga alla cassa.

    Mauro Rotunno

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