Tra il Congo e le #politiche2018: la #pace è cosa da uomini

Un bel segnale lo ha dato oggi anche Avvenire1È noto che i miei giudizi sul quotidiano dei vescovi italiani non siano sempre teneri, ma il merito va riconosciuto anche a chi si è altre volte criticato: a proposito, oggi sul sito della testata è pure comparso un aggiornamento “giubilare” della testata…

Questo 2018 richiederà necessariamente che sulla testata della CEI si apra un salutare e sereno redde rationem., che evidentemente (e lodevolmente) ha trascorso l’ultimo dell’anno lavorando per informare (in sinergia con Fides) in tempo reale sui gravissimi disordini avvenuti in Congo: anche lì, come in altri Paesi africani, la Chiesa si sta impegnando come garante in delicate transizioni di potere che diverrebbero assai cruente. Joseph Kabila, il solito paradittatore africano, resta arbitrariamente al potere quando il suo mandato è scaduto da un anno. Proprio ieri pomeriggio 150 parrocchie hanno pacificamente dimostrato lungo le strade della capitale per ricordare al governo l’impegno preso con la mediazione della Chiesa2L’accordo detto “di san Silvestro” è stato firmato il 31 dicembre 2016, e con esso il governo s’impegnava a indire legittime elezioni entro l’anno terminato ieri.: Kabila, che aveva dapprima tentato di negare l’autorizzazione per “motivi di sicurezza”, ha poi mandato l’esercito a disperdere i manifestanti con colpi di fucile ad altezza d’uomo3Come a dire che non ci sono poliziotti a sufficienza per assicurare la sicurezza dei manifestanti, ma si trovano sempre soldati da mandare ad ammazzare quegli stessi manifestanti..

Fabio Carminati commenta oggi con lucida essenzialità, sulle colonne di Avvenire:

Nel Paese di un vescovo martirizzato a Bukavu durante la guerra per l’ascesa al potere di Laurent Kabila (Christophe Munzihirwa) e di una Chiesa che un tutt’uno con la società civile – soprattutto nel depredato, abbandonato e insanguinato Kivu, nell’Est – un eccidio come quello di domenica rischia però di restare ancora una volta impunito. Come avvenuto in questi anni per ragioni di interesse nel Kivu o nel Kasai.

Un silenzio del mondo. Lo stesso mondo rappresentato alle Nazioni Unite e che paga nella Repubblica democratica del Congo il «contingente di pace» più costoso della sua storia: 1,14 miliardi di budget annuo per garantire la presenza di 18mila caschi blu e 4.000 civili che forniscono la logistica ai reparti militari.

Le stesse Nazioni Unite che si sono limitate a sterili «prese di posizione» e «inviti a garantire la transizione democratica» quando il presidente Kabila prima ha stracciato l’accordo sottoscritto un anno fa con la mediazione della Chiesa a Kinshasa, poi ha schierato i soldati a più riprese per fermare le contestazioni e alla fine ha perpetuato la sua permanenza sul trono spostando le elezioni fissate nel 2016 al 2019. Forse.

Così nel nostro mondo gli Indignados sono quasi sempre una variante radical chic delle miss col microfono. Proprio per questa ragione si deve essere indulgenti con la flagrante contraddizione di quanti (perfino non pochi cattolici!) pensano di dire una parola intelligente sul dramma mondiale dei migranti annoverandosi tra gli accoliti di quel Vladimir Putin in sedicesimo che vorrebbe essere Matteo Salvini. Proprio ieri, sempre su Avvenire, Francesco Palmas riportava in dettaglio i crescenti affari bellici della Russia nel Continente nero: in pratica, potendo contare sul migliore rapporto qualità-prezzo nel mercato mondiale delle armi, i russi estendono la rete delle loro commissioni di settore e “in cambio” si accaparrano (anche) importanti e strategiche prelazioni sulle materie prime di cui vive l’hi-tech (oltre ai diamanti che – come sappiamo – sono per sempre!).

Gli investimenti militari del continente nero sono aumentati del 48% fra il 2007 e quest’anno. […] Da quando Vladimir Putin è tornato al potere, la Russia ha optato per una strategia in due tempi: primo, annullare il debito d’epoca sovietica con gli amici africani; secondo, fornire armi e accaparrarsi contratti di sfruttamento minerario. […] Per aver un ordine di idee, i jet da guerra russi ed ex-sovietici armano tuttora le aviazioni di 15 paesi subsahariani. Poi però i russi si lavano la coscienza sfruttando il soft power delle missioni di pace dell’Onu. Partecipano alle operazioni in Repubblica Democratica del Congo, in Mali, nel Sahara occidentale e, fino a poco tempo fa, in Costa d’avorio e in Liberia.

Non abbiamo ancora finito di scoprire il letamaio della mafia nostrana sui migranti, incoscientemente alimentata da un governo che ha chiuso tutti e due gli occhi sulle speculazioni di molte ong; e per di più siamo enormemente indietro rispetto alle sapienti indicazioni del Magistero della Chiesa – ad oggi la parola più ampia ed acuta che sia stata detta sul fenomeno:

San Giovanni Paolo II annoverò il crescente numero di profughi tra le conseguenze di «una interminabile e orrenda sequela di guerre, di conflitti, di genocidi, di “pulizie etniche”»,[5] che avevano segnato il XX secolo. Quello nuovo non ha finora registrato una vera svolta: i conflitti armati e le altre forme di violenza organizzata continuano a provocare spostamenti di popolazione all’interno dei confini nazionali e oltre.

Ma le persone migrano anche per altre ragioni, prima fra tutte il «desiderio di una vita migliore, unito molte volte alla ricerca di lasciarsi alle spalle la “disperazione” di un futuro impossibile da costruire».[6] Si parte per ricongiungersi alla propria famiglia, per trovare opportunità di lavoro o di istruzione: chi non può godere di questi diritti non vive in pace.

Note   [ + ]

1. È noto che i miei giudizi sul quotidiano dei vescovi italiani non siano sempre teneri, ma il merito va riconosciuto anche a chi si è altre volte criticato: a proposito, oggi sul sito della testata è pure comparso un aggiornamento “giubilare” della testata…

Questo 2018 richiederà necessariamente che sulla testata della CEI si apra un salutare e sereno redde rationem.

2. L’accordo detto “di san Silvestro” è stato firmato il 31 dicembre 2016, e con esso il governo s’impegnava a indire legittime elezioni entro l’anno terminato ieri.
3. Come a dire che non ci sono poliziotti a sufficienza per assicurare la sicurezza dei manifestanti, ma si trovano sempre soldati da mandare ad ammazzare quegli stessi manifestanti.

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