Fakebook ci censura perché censurerebbe anche Tolkien

Mosaico di Santa Maria Assunta a Torcello, Cristo Pantocrator in trono con angeli (catino dell'abside). Uno dei mosaici ammirati da Tolkien il 1° agosto 1955.

Oggi è finito il blocco di 30 giorni con cui Facebook mi aveva sanzionato per aver io sostenuto, imperdonabile colpa, che tra una donna vittima di violenza sessuale agguantata da un branco e una giovane attrice che concorre per un ruolo in una produzione hollywoodiana ad alto-budget e cui questo ruolo viene offerto previa concessione della propria intimità al produttore (più volte e per diverso tempo), c’è una differenza abissale. Abisso che nell’Italiano corrente si esprime con la distanza semantica tra “stupro” e “prostituzione”, dove la seconda è definita come l’offerta, proposta o accetta, di prestazioni erotiche a fini di lucro, compreso il mantenimento o il conseguimento di obiettivi di carriera.

Il mio commento aggiungeva che dev’essere frustrante per una femminista della prima o seconda ora vedere i propri sforzi di decenni confluire nella definizione di una donna quale essere strutturalmente incapace di dire “No”. Era un commento di 20 righe ad un articolo di Repubblica che in 2 ore aveva raggiunto più di 500 reactions (il più apprezzato, quasi tutti “Likes” and “Loves”) e una cascata di commenti in risposta, la maggior parte di insulti gratuiti, ma vari di approvazione: dai lettori di Repubblica, chi se lo aspettava? Un oltraggio inammissibile per i guru del politicamente corretto e gerarchi del pensiero unico vedere tale dissenso e tanto acclamato.

Be’, tanta attenzione non poteva che essere foriera di grane. La maggior parte dei commenti a mio detrimento si concentrava sul mio ben noto sostegno agli amici del Popolo della Famiglia, di Generazione Famiglia e del Comitato Difendiamo i Nostri Figli. Sono censurabile e censurando; ci vuol poco che una delle decine di segnalazioni a mio carico venga inquisita dai controllori con licenza UNAR che da 3 mesi spadroneggiano su Facebook.

Mesi in cui ho fatto la personale e splendida conoscenza ed amicizia con diverse di quelle persone in prima linea negli sforzi a difesa della famiglia secondo ragione naturale e nel solco della dottrina sociale della Chiesa (gli unici in Italia, preciso!). Il fecondo rapporto e-epistolare con Giovanni Marcotullio, una serata insieme a Mirko De Carli e l’attenzione di Mario Adinolfi verso alcune delle cose che ho scritto, l’incontro con Filippo Savarese e Maria Rachele Ruiu; tutte persone che dalla censura sui social-media e nella vita di tutti i giorni subiscono un danno sensibile, non già un semplice fastidio come il sottoscritto. Essere bersaglio del plotone arcobalenante unicogitantocratico ed egemone a motivo del mio sostegno a loro è una medaglia che non ho intenzione di togliermi dal petto.

Dunque, visto che il fatto di Repubblica è solo il 5o dei ban a mio carico, visto che è presumibile che ci sia almeno una 15ina di fenomeni che mi segnala appena possibile e che ha salvato parte dei miei post più incriminabili per poterli presentare alla digi-Inquisizione marchio Silicon Valley non appena ritorno attivo… Fatevi sotto, vi prego!, non smettete di invocare la censura per chi la pensa diversamente da quello che vi viene imposto di credere! Quanto credete di reggere con questa condotta, mentre vi ripetete di essere paladini della democrazia?

Uno di questi fenomeni proprio ieri mi ha scritto con una sfacciataggine inedita e lamentando un motivo di censura che ancora non avevo sentito, in chiave evidentemente minatoria. Lo vedete nell’immagine allegata. Il signor Sergio di Perugia (per il quale ho avuto la carità di non dare le generalità in pubblico) mi scrive:

«… scusa, ma non ti sembra un po’ irrispettoso, ipocrita e anche un po’ meschino [diamine, quale malvagità devo essermi macchiato!] usare il nome di un autore/studioso che si è sempre occupato solo di filologia ed epica [!], per diffondere e promuovere il tuo personale [!] pensiero politico[!]/religioso?

non ti lamentare se poi vieni segnalato e FB ti blocca

 

L’“autore/studioso” sarebbe J.R.R. Tolkien, per la cui divulgazione sono da qualche anno mediamente conosciuto nel social web. Il me intellettuale non si è curato subito della conclusione (per farvi capire le mie priorità rovesciate), ma ha fatto mente locale per provare a ricordarsi di quando mai avrebbe mai usato Tolkien per promuovere un “pensiero politico/religioso”, mio o di chiunque altro, essendo sempre stato piuttosto attento a non dar adito ad accuse pretestuose di questo genere. Naturalmente il fenomeno perugino non ha la pur minima idea di chi fosse Tolkien o di cosa sia la filologia, ma questo è secondario. Ci sono due motivi precisi per cui finora non ho mai fatto di Tolkien un testimonial della dottrina sociale della Chiesa:

  1. Contrariamente a molti degli amici succitati, il mio interesse primario per Tolkien non è quello di partire da una convergenza di visione (che pure c’è e pure m’interessa) tale da farlo diventare un lettore dei nostri tempi nel vissuto socialmente attivo. Il primo impatto di Tolkien per me è e dev’essere quello estetico per effetto della sua letteratura, nel vissuto affascinato della persona; e tutto quello che ne consegue è tanto di guadagnato. Ma questo non mi porta in nessun modo a contestare chi cerca da subito di calarlo, come un maestro in tutto e per tutto, nelle difficoltà che si trova ad affrontare nella propria dimensione pubblica. È un esercizio che faccio molto più per G.K. Chesterton, ad esempio.
  2. Tolkien aveva un “pensiero religioso”, ma soprattutto aveva un’autentica fede vissuta che si scopre tanto in controluce e in trasparenza nelle sue opere – con delicatezza, come derivazione di concetti chiave della teologia cattolica agostiniana e tomistica e nella pratica di virtù etiche dei suoi personaggi – e nella sua vita, che nella molta biografia nota e nelle lettere autografe. Emerge qui con inestricabile nesso al suo lavoro di filologo. Tolkien era un filologo cattolico e un cattolico filologo1Sulla necessità di considerare la sua invenzione letteraria come figlia di un approccio filologico, si vedano gli studi capitali di Tom Shippey La via per la Terra-di Mezzo (in ristampa con nuova introduzione) Autore del Secolo. Shippey, filologo anglo-germanista e successore di Tolkien alla cattedra di Leeds, pone trai primi il problema della concezione del Male e della Libertà in Tolkien come oscillazione tra concezione agostiniana/boeziana e manichea (quest’estremo confutato più recentemente da Houghton 2005) e tra le sue conclusioni delinea l’opera di Tolkien come una preparatio evangelii per un mondo post-cristiano. Gli studi di Shippey, anglicano, non sono solo riconosciuti universalmente come imprescindibili e insuperati dalla critica dell’opera tolkieniana, ma sono stati il primo motore per una critica che potesse gettare luce sulla complessità del processo creativo della Terra-di-Mezzo e delle opere considerate “minori”.
    Per un lavoro che mostri la struttura tomistica del cattolicesimo di Tolkien nell’ispirazione autoriale si consiglia vivamente Claudio Testi, Santi Pagani nella Terra-di-Mezzo, presto tradotto in Inglese, sviluppo di un articolo pubblicato nella prestigiosa rivista Tolkien Studies.
    Per un’introduzione italiana a Tolkien come autore cattolico si consigliano Paolo Gulisano, Tolkien. Il Mito e la Grazia e il più articolato nella teologia Andrea Monda, L’Anello e la Croce, nonché la breve biografia letteraria di Edoardo Rialti, Introduzione a Tolkien. Per comprendere in che modo Tolkien abbia influito sul suo secolo per via del proprio cattolicesimo Joseph Pearce, Tolkien. L’Uomo e il Mito.
    .

Che si preferisca la prima o la seconda formulazione, parlare di Tolkien senza tener conto di entrambi gli aspetti è velleitario, anzi “ipocrita”, di breve e parziale giudizio. In effetti, significherebbe togliere a Tolkien quanto gli era di più caro, più caro persino della sua amatissima Edith. O meglio, era il motivo stesso per cui poteva amare Edith tanto quanto l’amava, come ebbe ad insegnare al suo figlio Michael in un momento di difficoltà. Durante la convalescenza da un incidente occorso in un addestramento (all’epoca era già considerato un giovanissimo eroe di guerra per aver difeso gli aerodromi inglesi come artigliere da terra) si era infatti innamorato dell’infermiera che avrebbe poi sposato.

È un mondo corrotto, il nostro, e non c’è armonia tra i nostri corpi, la nostra mente e l’anima. Tuttavia, la caratteristica di un mondo corrotto è che il meglio non si può ottenere attraverso il puro godimento, o quella che è chiamata la realizzazione di sé (che di solito è un modo elegante per definire l’autoindulgenza, nemica della realizzazione degli altri); ma attraverso la rinuncia, la sofferenza. La fede nel matrimonio cristiano implica questo: grande mortificazione. Per un cristiano non c’è alternativa. Il matrimonio può aiutarlo a santificare e a dirigere verso un giusto obiettivo i suoi impulsi sessuali; la sua grazia può aiutarlo nella battaglia; ma la battaglia resta. Il matrimonio non lo potrà soddisfare – come un affamato può essere soddisfatto da pasti regolari. […] Queste cose non vengono quasi mai dette – nemmeno a quelle persone cresciute nella fede della Chiesa. Quelle che vivono al di fuori sembra che non ne abbiano mai sentito parlare. Quando l’innamoramento è passato o quando si è un po’ spento, pensano di aver fatto un errore e di dover ancora trovare la vera anima gemella. Per vera anima gemella troppo spesso si scambia la prima persona sessualmente attraente che si incontra. Qualcuno che forse davvero avrebbero fatto meglio a sposare, se solo… Da qui il divorzio, per risolvere quel “se solo”. E naturalmente di solito hanno ragione: avevano fatto un errore. Solo un uomo molto saggio, arrivato al termine della sua vita, potrebbe esprimere un equo giudizio su quale persona, fra tutte, avrebbe fatto meglio a sposare! Quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori: nel senso che quasi certamente (in un mondo migliore, o anche in questo, pur se imperfetto, ma con un po’ più di attenzione) entrambi i partner avrebbero potuto trovare compagni molto più adatti. Ma la vera anima gemella è quella che hai sposato. Di solito tu scegli ben poco: lo fanno la vita e le circostanze (benché, se c’è un Dio, queste non siano che i Suoi strumenti o la Sua manifestazione).

[…]

Ma anche nei paesi dove la tradizione romantica ha tanto influenzato le consuetudini sociali da far credere alla gente che la scelta di un compagno riguardi esclusivamente il giovane, solo un raro colpo di fortuna fa sì che si incontrino un uomo e una donna “destinati” l’uno all’altra e in grado di interessare un grande e splendido amore. Questa possibilità ci incanta, ci prende alla gola: moltissime poesie e moltissimi racconti sono stati scritti su questo argomento, probabilmente più numerosi che le storie d’amore reali (e tuttavia le migliori di queste storie non parlano del matrimonio felice di questi grandi amanti, ma della loro tragica separazione; come se persino nella dimensione del racconto la grandezza e lo splendore, in questo mondo corrotto, si raggiungano attraverso il fallimento e la sofferenza). In questi grandi amori, spesso amori a prima vista, cogliamo la visione, suppongo, di quello che sarebbe stato il matrimonio in un mondo incorrotto. In questo mondo corrotto abbiamo come unica guida la prudenza e la saggezza (rare nella gioventù e inutili nella ma­turità), un cuore puro e forza di volontà. […] La mia stessa storia è così fuori dal comune, così sbagliata e imprudente che mi riesce difficile consigliarti di essere cauto. Tuttavia, le eccezioni possono giustificare la norma […].

Al di là di questa mia vita oscura, tanto frustrata, io ti propongo l’unica grande cosa da amare sulla terra: i Santi Sacramenti. […] Qui tu troverai avventura, gloria, onore, fedeltà e la vera strada per tutto il tuo amore su questa terra, e più di questo: la morte. Per il divino paradosso che solo il presagio della morte, che fa terminare la vita e pretende da tutti la resa, può conservare e donare realtà ed eterna durata alle relazioni su questa terra che tu cerchi (amore, fedeltà, gioia), e che ogni uomo nel suo cuore desidera2Lettera al figlio Michael, 6-8 marzo 1941, in J.R.R.Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien. Il prezioso volume, da anni quasi irreperibile, sarà ritradotto e ripubblicato il 3 gennaio, data della nascita di Tolkien..

Direi che Tolkien non ha bisogno che qualcun altro lo faccia promotore della fede cattolica, essendo evidentemente uno dei migliori testimoni possibili di essa. Semmai è chi si sente minacciato dalla realtà dell’uomo che è stato, chi si sente minacciato dal fatto che fosse un cattolico senza se e senza ma, che ha bisogno di inventarsi giustificazioni per apprezzarlo senza avvertire una contraddizione. Per grazia, tanti non cattolici sanno apprezzarne la cattolicità e per grazia tanti ne ho conosciuti che mi hanno insegnato ad apprezzare meglio anche il suo cattolicesimo.

Ed ora voi vorreste discriminarmi perché parlo di quest’uomo nel senso di pienezza cui lui riteneva la sua vita essere destinata? Che aspettate? Dateci dentro, voi che vi credete “democratici”, che possa presentarglielo a mio merito quando lo incontrerò!

John Ronald Reuel Tolkien nel 1955 che legge nel suo studio del Merton College di Oxford, da 10 anni all’omonima cattedra di Lingua e Letteratura Inglese dopo altri 20 come prof. di Anglosassone al Pembroke. Da un anno al centro delle attenzioni della stampa quale fenomeno letterario dell’anno: La Compagnia dell’Anello era stata pubblicata nel luglio 1954, si preparavano in stampa gli altri due volumi. © Hulton Archive.

Ma entrerei ancora più nello specifico, caro Sergio da Perugia. Se volessi parlare di Tolkien ed usare le sue storie per esprimere un pensiero politico (il mio e il suo) potrei cominciare così:

Non sono un “democratico”, non fosse altro perché l’“umiltà” e l’“uguaglianza” sono princìpi spirituali corrotti dal tentativo di renderli meccanici e formali, con il risultato che non abbiamo una coscienza dei nostri limiti e un’umiltà universali, ma un orgoglio e una presunzione universali. Fino al giorno in cui qualche Orco non entrerà in possesso dell’Anello del potere: e allora quello che otterremo, e stiamo ottenendo, sarà la schiavitù3Lettera dell’aprile 1956 a Joanna de Bortadano, op. cit..

Sarei autorizzato, cioè, dal fatto che lui l’ha fatto per primo. E sarei meno “ipocrita” di chi si crede “democratico” senza nemmeno rispettare le regole basilari del gioco, quale ad esempio la libertà d’espressione.

Non basta? Bene! Facciamo un altro passo e vediamo quanto meschino è usare le sue storie per esprimere un pensiero insieme politico e religioso.

Comunque io stesso mi ero accorto del valore degli hobbit, solida terra sotto i piedi del romanzo, e in grado di essere nobilitati e di diventare eroi molto più lodevolmente di quelli tradizionali: “nolo heroizari” è una buona partenza per un eroe, come “nolo episcopari” per un vescovo. Non che io sia un “democratico” nel senso corrente del termine; tranne per il fatto che credo, per parlare in termini letterari, che siamo tutti uguali di fronte al Grande Autore, qui deposuit potentes de sede et exaltavit humiles4Lettera del 7 giugno 1955 a W.H. Auden, op. cit..

Irrispettoso, ipocrita e meschino di un Tolkien!
Come osi usare le tue storie per esprimere un pensiero politico e religioso e viceversa?

Chi lo sa, forse è giunto il momento anche per me di dire “nolo heroizari e non solo su Facebook. D’altronde per l’Italia aveva un affetto particolare, come scrisse nel suo pellegrinaggio a Venezia ed Assisi nell’estate 1955 (e c’è chi la chiama “vacanza”!), appena dopo aver ammirato i mosaici di Torcello.

…per la prima volta ebbi la sensazione che mi tormentò per il resto del mio breve viaggio in Italia: di essere giunto nel cuore della Cristianità; un esule che ritorna a casa dai confini e dalle province più remote, o almeno giunge alla casa dei suoi padri. Questo aveva poco a che fare con l’arte o la bellezza formale. Trascurata o rotta, adorna o celata […] percepii un curioso bagliore di una vita latente e di Carità…5Diario del viaggio di Tolkien in Italia, tradotto in Oronzo Cilli, Tolkien e l’Italia. Per Tolkien sulle orme di San Francesco, questo libro del vicedirettore dell’Istituto Teologico di Assisi, Padre Guglielmo Spirito OFM Conv. | Entrambi gli autori godono della confidenza della figlia di Tolkien, Priscilla, che accompagnò il padre in quel viaggio.

Non vi preoccupate, cari Sergio, cecchini dei social-media. Continuerò ad usare Carità anche verso di voi.

Note   [ + ]

1. Sulla necessità di considerare la sua invenzione letteraria come figlia di un approccio filologico, si vedano gli studi capitali di Tom Shippey La via per la Terra-di Mezzo (in ristampa con nuova introduzione) Autore del Secolo. Shippey, filologo anglo-germanista e successore di Tolkien alla cattedra di Leeds, pone trai primi il problema della concezione del Male e della Libertà in Tolkien come oscillazione tra concezione agostiniana/boeziana e manichea (quest’estremo confutato più recentemente da Houghton 2005) e tra le sue conclusioni delinea l’opera di Tolkien come una preparatio evangelii per un mondo post-cristiano. Gli studi di Shippey, anglicano, non sono solo riconosciuti universalmente come imprescindibili e insuperati dalla critica dell’opera tolkieniana, ma sono stati il primo motore per una critica che potesse gettare luce sulla complessità del processo creativo della Terra-di-Mezzo e delle opere considerate “minori”.
Per un lavoro che mostri la struttura tomistica del cattolicesimo di Tolkien nell’ispirazione autoriale si consiglia vivamente Claudio Testi, Santi Pagani nella Terra-di-Mezzo, presto tradotto in Inglese, sviluppo di un articolo pubblicato nella prestigiosa rivista Tolkien Studies.
Per un’introduzione italiana a Tolkien come autore cattolico si consigliano Paolo Gulisano, Tolkien. Il Mito e la Grazia e il più articolato nella teologia Andrea Monda, L’Anello e la Croce, nonché la breve biografia letteraria di Edoardo Rialti, Introduzione a Tolkien. Per comprendere in che modo Tolkien abbia influito sul suo secolo per via del proprio cattolicesimo Joseph Pearce, Tolkien. L’Uomo e il Mito.
2. Lettera al figlio Michael, 6-8 marzo 1941, in J.R.R.Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien. Il prezioso volume, da anni quasi irreperibile, sarà ritradotto e ripubblicato il 3 gennaio, data della nascita di Tolkien.
3. Lettera dell’aprile 1956 a Joanna de Bortadano, op. cit.
4. Lettera del 7 giugno 1955 a W.H. Auden, op. cit.
5. Diario del viaggio di Tolkien in Italia, tradotto in Oronzo Cilli, Tolkien e l’Italia. Per Tolkien sulle orme di San Francesco, questo libro del vicedirettore dell’Istituto Teologico di Assisi, Padre Guglielmo Spirito OFM Conv. | Entrambi gli autori godono della confidenza della figlia di Tolkien, Priscilla, che accompagnò il padre in quel viaggio.

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