Quello che accade, in Europa, se l’aborto “non riesce”

Ho dei ricordi orribili del tempo trascorso presso il reparto di ginecologia dove ho partecipato ad aborti tardivi, la maggior parte alla 16esima settimana, dove il feto ha lottato e ha cercato di respirare per 5-15 minuti. Poiché non ci sono procedure o regolamenti su cosa si dovrebbe fare con un feto che sta lottando per la vita, si lascia il feto a morire da solo in una ciotola rotonda o un bacino. Orrendamente inumano, credo.

I governi, per non mettere in discussione gli aborti tardivi, si rifiutano di riconoscere che i bambini nati vivi abbiano dei diritti come persone umane e così, nella nebbia del non normato, si continuano a mettere in atto pratiche barbare che si possono senz’altro definire torture.

Il paradosso è palese, incredibile è come si possa ancora evitare di affrontarlo apertamente: se abbiamo diritto a morire dignitosamente (e vai di eutanasia e pure suicidio assistito) quando siamo adulti, perché questo diritto è negato ai neonati? Veramente possiamo continuare a sostenere che un bambino di 20 settimane non sia un essere umano?

Ma poi ok, lo vogliamo continuare a dire? Va bene, accetto anche questo. Diciamo per assurdo che il suo cervello non è ancora del tutto formato, o che si tratta di un bambino gravemente handicappato, per cui non vogliamo dargli la patente di umanità (poi qualcuno mi dovrebbe spiegare bene, se ci riesce, la definizione di umanità, a questo punto). Però soffre. Perché non posso torturare un cane ma posso torturare un infante?

Vorrei ricordare l’amara storia dell’invenzione della ghigliottina, che purtroppo si accorda con macabra affinità ai nostri tempi bui e macabri.

Guillotin presentò nel 1789 all’assemblea nazionale un progetto in sei articoli, con il quale si stabiliva che le pene avrebbero dovuto essere identiche per tutti, senza distinzione di rango del condannato. In caso di pena di morte, il supplizio avrebbe dovuto essere il medesimo, indipendentemente dal crimine commesso per guadagnarsi tale condanna, e in particolare egli propose questo ingegnoso meccanismo che permetteva la dipartita senza dolore:

La lama cade, la testa è tagliata in un batter d’occhio, l’uomo non è più. Appena percepisce un rapido soffio d’aria fresca sulla nuca.

Meglio assai della mannaia condotta dalla mano del boia, che poteva sbagliar mira e ferire dolorosamente invece che decapitare al primo colpo.

Quindi fu una tremenda macchina di morte introdotta per pietà e senso di giustizia.

Almeno questa pietà, la vogliamo riconoscere ai bambini che nessuno vuole e che strappiamo dai grembi materni con tanta indifferenza?

La petizione della ECLJ chiede che venga riconosciuta un’ovvietà: un bambino prematuro, nato anche durante un tentativo di aborto tardivo, è un essere umano. Da questo punto è necessario partire per ripensare l’approccio medico all’aborto, che al momento mette al centro solo e unicamente l’interesse e la volontà della madre, mentre trascura ed ignora completamente lo stato e i diritti del bambino. È giunto il momento che si chiamino le cose col loro nome: se uno stato riconosce alla donna il diritto di sopprimere una vita di cui non vuole occuparsi, ciò non significa che il bambino soppresso non esista, non sia una persona, non abbia alcuna dignità. Se comunque lo volete uccidere, se non possiamo fermarvi, almeno abbiate pietà di questa creatura.

Ma la pietà richiede un cuore: una volta che finalmente si possa dire la verità su queste piccole indifese creature, si troverà chi ha il coraggio di giustiziare gli innocenti?

Esecuzione di Marie Antoinette, 16 ottobre 1793

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