Alluvione di Forlì: la rabbia d’un disastro evitabile, l’orgoglio di una gente stupenda

Danni da alluvione/esondazione in San Martino in Villafranca, 14 maggio 2019

Oggi sono tornata al lavoro: guardo fuori dalla finestra del mio ufficio e mi accoglie la solita familiare distesa di peschi, tra i campi verdi di grano immaturo e ciliegi che svettano qua e là. Il cielo è plumbeo, piovono gocce fitte e gelide, come in pieno inverno.

Eppure l’atmosfera è euforica, perché abbiamo riaperto dopo due giorni di alluvione e noi, primo edificio a valle della falla maledetta, siamo stati miracolosamente graziati dall’acqua, che ha invaso come un fiume in piena il piazzale fino a lambire i portoni, ma che, per quei pochi centimetri di pendenza in più, non è entrata nel capannone. Dentro, decine di macchine utensili dal valore di centinaia di migliaia di euro ciascuna avrebbero subito danni irreparabili, se l’acqua le avesse raggiunte.

La Siboni srl, primo avamposto degli alluvionati, è stata risparmiata. Fortuna, buona progettazione dell’edificio (un grazie agli architetti), un angelo protettore. Non so, forse tutte queste cose insieme.

Qua dentro lavorano tanti abitanti del posto: alcuni sono venuti oggi anche se hanno il fango in casa propria, perché si riparte sempre dal lavoro e perché la normalità ripara lo spirito ferito.

Nel 2015 Villafranca di Forlì fu allagata da precipitazioni eccezionali (e da responsabilità mai pienamente riconosciute del consorzio di bonifica e del suo utilissimo canale emiliano-romagnolo, che sì fornisce acqua a tutte le campagne della zona, ma taglia il territorio in due facendo da diga alle acque di scolo naturali). Ancora qui aspettano i rimborsi promessi per quella alluvione.

Ora questa calamità. Si son visti tutti i tg nazionali in zona: servizi su servizi per documentare la cronaca di una tragedia annunciata, non solo prevedibile ma proprio prevista. Ed è questa consapevolezza – che non si è trattato di calamità naturale – a riempire di rabbia gli abitanti.

I fiumi erano stracolmi: lunedì tutta la provincia era in massima allerta. I contadini stavano di vedetta sugli argini, di qua e di là dalla riva, a sorvegliare ogni eventuale esondazione. Perché quello si temeva era che l’acqua del Montone superasse l’argine.

Invece no, non è successo questo: alla mattina l’argine sotto il ponte dell’autostrada A14 inizia a perdere rigagnoli d’acqua, sia dal lato faentino che dal nostro lato e subito gli abitanti cominciano a tempestare di chiamate i vigili del fuoco. Inspiegabilmente, a Faenza vanno e rattoppano subito l’argine. Da noi, no. Nessuno.

Chiamate su chiamate, video postati su facebook, il conto alla rovescia. L’argine è stato indebolito dai lavori di manutenzione dei piloni dell’autostrada fatti nei mesi precedenti: i contadini dei campi adiacenti raccontano che il rivale è stato sforacchiato per testare i piloni ed è stata tolta la terra adiacente alle travi in alto per verniciarle meglio. La massicciata ha tanti smerli che abbassano il suo livello massimo e diminuiscono la compattezza del bordo superiore. 

Alle 16 un cannone d’acqua sfonda a un metro e mezzo dalla cima: si continua a telefonare. In tutta risposta la protezione civile allerta la popolazione che è in corso un’alluvione e che bisogna chiudersi in casa, andare ai piani alti, evitare le strade. Nessuno si è visto a tappare la falla nemmeno allora.

L’acqua comincia a salire, il primo punto a riempirsi d’acqua è il sottopasso della provinciale sotto l’autostrada: lì la strada scende anche di un metro, per garantire un’altezza minima di passaggio che non blocchi i camion. La Siboni srl ha il passo carraio adiacente al ponte, mandiamo a casa gli operai, perché chi deve andare verso Forlì non resti bloccato. L’autostrada è un lungo serpente di cemento che ferisce la campagna, tagliando a metà il territorio e quel maledetto sottopasso è la strettoria che divide il paese e le famiglie che lo abitano.

Il fiume esce, esce, esce, invade i campi, scola seguendo le pendenze, raggiunge la Lughese e la segue, come un nuovo alveo, casca con fragore nei fossi e rispunta dall’altro lato, raggiunge le case di San Martino a valle e poi quelle di Villafranca, le lambisce. La gente si barrica dentro, aspetta i sacchi, porta in alto tutto quello che può, sposta le auto nelle zone più alte e ritorna a piedi a presidiare casa, ad aspettare l’evitabile. Sì, perché tutto questo era evitabile.

E mentre arrivano i camion a portare i sacchi (che scaricano i contadini coi loro muletti e distribuiscono alla popolazione già bloccata), e la gente si accapiglia nei piazzali per accaparrarseli, arrivano le ruspe a buttare blocchi di pietra sul buco. Ma la falla è ormai enorme, la strada è già un fiume.

Il flusso in uscita diminuisce per qualche ora, poi a metà della notte la piena del fiume spinge l’acqua negli smerli vuoti del ponte e, tracimando, porta via tutto. Il buco si riapre più grande di prima.

Martedì l’alba illumina un paesaggio desolante: anche attraversare a piedi il sottopasso è pericoloso per la corrente, la campagna è il fiume, il Montone è ovunque, i droni dall’alto osservano una enorme indistinta risaia, dove non si distinguono più le strade, le piazze, i parcheggi, i campi da calcio. C’è solo una enorme piscina. Capannelli di persone di qua e di là del sottopasso si guardano senza potersi raggiungere. Io sto dal lato asciutto, vedo mio suocero dall’altro lato. Mio marito corre a comprare un paio di stivali da pescatore e poi torna e guada la fiumana per raggiungere i suoi genitori e l’azienda, al di là del muro d’acqua.

I vigili e la protezione civile bloccano le strade e basta. I carabinieri, invece, vanno in giro a fare domande: qui ci sono delle responsabilità da accertare. Va bene la gestione dell’emergenza, ma poi vogliamo anche giustizia!

Riprende la processione sul rivale del fiume, tutti corrono a vedere: l’argine sotto il ponte non c’è più, l’acqua non può smettere di uscire da sola se il fiume non abbassa il suo livello di 4 o 5 metri, cosa che capiterà non prima di tre giorni, se non piove. Ma le previsioni dicono che pioverà.

C’è il sole, martedì. Un via vai continuo sul rivale di gente furiosa e spaventata. Nessuno, nessuno fa niente. L’acqua non smetterà di uscire, lo vediamo tutti, è impossibile. Dove sono le ruspe?

In più il cordone del canale emiliano-romagnolo, come nel 2015, ricomincia a fare da diga al reflusso naturale delle acque nei campi e Villafranca si trova chiuso in una sacca destinata solo a riempirsi.

Ci sono persone meravigliose in questo territorio, gente pratica, concreta e intelligente, che sa cosa serve, sa cosa c’è da fare e come farlo. Non faccio nomi (ma li so). Qualcuno alza il telefono e comincia a chiamare le persone giuste, ottenendo le idrovore per buttare l’acqua dai fossi dentro al canale. Arrivano queste benedette idrovore, ci mettono ore a posizionarle. Ma restano spente, perché il consorzio di bonifica non dà l’ok all’operazione: l’acqua fangosa non la vogliono, dentro il canale. Riprendono su il telefono, e via a litigare ancora.

Incredibile. A qualcuno importa della gente sott’acqua?

Arrivano i politici a fare promesse (le elezioni sono vicine, si vede), la gente quasi quasi li prenderebbe a sassate. Finalmente a pomeriggio tornano le ruspe e ricominciano a mettere i massi. Da un lato. Poi incrociano le braccia e aspettano l’ok di Società autostrade per chiudere una corsia della A 14 e andare da su a calare i massi dall’altra parte. La gente è furiosa, loro scrollano le spalle: devono obbedire.

Di nuovo ad alzare la cornetta e a gridare. Sul giornale compare una notizia tremenda: si completerà la chiusura mercoledì mattina. Un’altra notte di acqua! L’esasperazione è alle stelle.

Gira sul web un video: una carpa guizza per la strada! Una carpa. Sotto il video, commenti imbarazzanti: “povera carpa, rimettetela nel fiume!”. E le dichiarazioni inutili dei politici si sprecano.

In tv vanno i servizi, dove tagliano dalle interviste tutte le voci polemiche “perché non hanno chiuso lunedì mattina?”, “chi è responsabile per i lavori fatti all’argine?”, “chi pagherà i danni?”.

Finalmente le ruspe si rimettono in moto e in un’ora finiscono il lavoro. L’argine è chiuso, l’acqua comincia a calare.

È sera, la gente è stremata. La notte piove violentemente, ma la toppa regge e questa mattina ci siamo svegliati con la Lughese asciutta: un grande sospiro di sollievo. 

Resta il fango da spalare, i danni da riparare, la pioggia di oggi che continua a scendere e a gonfiare il fiume. Ma anche il forte senso di coesione di questa gente di campagna, che non cambierei con nessun consesso di sapienti e savi: le mani sporche di fango, i piedi bagnati, l’accento romagnolo marcato, il senso pratico e l’amore per la propria terra.

Una alluvione evitabile. Che rabbia!

Certo non siamo i primi, né saremo gli ultimi, ad essere rimasti vittima della burocrazia e del rimpallo di responsabilità tra enti: la nostra povera Italia è incancrenita da questo vizio della paraculaggine, per cui ciascuno si trincera dietro le proprie funzioni, guarda solo i propri obiettivi e nessuno ha lo sguardo d’insieme delle situazioni, né, forse, un vero interesse per il bene ultimo della popolazione. Non spetta a me attribuire colpe, ci penseranno le indagini. Ma certo il post su facebook del sindaco alle 21:41 – «La ferita è chiusa. Grazie a Fausto Pardolesi e a tutti gli altri, tecnici e volontari che hanno lavorato giorno e notte» – ci pare una gran presa per i fondelli: noi eravamo qui e abbiamo visto un sacco di gente a braccia conserte, per ore ed ore. A volte ammettere che si poteva fare di più, meglio e soprattutto prima, con un po’ di banale onestà, aiuterebbe a riconciliare cittadini e istituzioni. Lo sappiamo bene che i sindaci sono, in fondo, anche loro vittime del sistema, l’ultima ruota di un carrozzone pesantissimo. Non stento a credere che Drei abbia fatto tutto quanto in suo potere, anche perché questo territorio è il suo (è originario di qui), però le bugie a fini propagandistici anche no, grazie.

Ma noi vi perdoniamo, tutti quanti. Basta che ci facciate arrivare i benedetti rimborsi promessi, magari insieme a quelli del 2015 che ancora stanno aspettando a Villafranca. Facciamo un conguaglio unico?

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